CHIARA PAVAN I L’Europa non è un “place of safety”, un luogo sicuro per chi tenta di sfuggire alla morte imbarcandosi sui gommoni che affondano nel Mediterraneo. E non è neppure quel sogno di mondo accogliente che può dar rifugio a centinaia e centinaia di esseri umani devastati e impauriti, rimbalzati inutilmente da un porto all’altro. Non hanno paura delle parole, i Kepler-452.
Il loro nuovo e potentissimo lavoro, A Place of safety – Premio Ubu 2025 per il miglior spettacolo (e tutta una serie di altri premi, come Le Maschere del Teatro Italiano 2025 alla compagnia, il Nazionale Franco Enriquez 2025 per la miglior drammaturgia e il Premio compagnie di impegno sociale e civile) – è un processo all’ipocrisia di tutti noi, europei bianchi e privilegiati che pensiamo a come respingere i migranti sul Mediterraneo diventato sempre più un cimitero, mentre gruppetti di “trafficanti di esseri umani” sulle navi di una ONG devono pensare, impotenti in mezzo alle burrasche – non solo naturali – , come dire a una madre che ti porge il suo neonato per salvarlo “non esiste un posto sicuro per te o per il tuo bambino”.

LE MIGRAZIONI
Non è facile raccontare le migrazioni, tanto più quelle che solcano il Mediterraneo su barchini destinati ad affondare: l’aveva già fatto Davide Enia nel monologo “L’Abisso”, con Lampedusa come metafora di un naufragio, personale e collettivo. I Kepler-452 si muovono lungo un percorso parallelo, ma al tempo stesso totalmente diverso: gli autori Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi si sono imbarcati nell’estate 2024 per prendere parte a una missione della Ong tedesca, la Sea-Watch e lo spettacolo è il risultato di un’indagine sul campo. Lungo il percorso, gli artisti hanno incontrato operatori di Life Support, la nave di Emergency e di Sea-Watch, che sono diventati poi i protagonisti della pièce. “A place of safety” è quindi la storia dell’incontro tra una compagnia teatrale e un gruppo di persone che ha deciso di dedicare parte della propria vita al soccorso in mare. Nello stesso tempo è anche un’analisi spietata su ciò che l’Europa è diventata, un continente che ha ormai incorporato la crudeltà come procedura, e che che predica la libertà e l’uguaglianza assicurandole solo a chi nasce in Occidente.
LO SGUARDO
Nel lessico del mare “Place of Safety” è il “porto sicuro” assegnato dalle autorità dei paesi europei alle ONG che hanno concluso le operazioni nella zona Sar (Search and Rescue) nel Mediterraneo, vicino al confine nord della Libia. Ecco allora che le testimonianze raccolte con Sea Watch diventano, nella drammaturgia, le tappe di un percorso umano ed etico nel nostro grande rimosso collettivo. La scena è scarna ma efficace, richiama una nave, con i suoi ponti di passaggio, le passerelle, i portelloni e i giubbetti di salvataggio: qui si muove chi quella tragedia l’ha davvero vissuta, raccontandola in modi e lingue diverse (inglese, portoghese, spagnolo, italiano, tutto lo spettacolo è sovratitolato), con Borghesi che diventa il tramite con il pubblico in sala. C’è il capomissione portoghese Miguel, ricercatore di fisica che narra la sua “prima volta” in mare segnata dalla perdita di una bimba di tre anni e della madre; c’è l’infermiera Floriana frustrata dal cinismo dell’ospedale che cerca di ritrovare il senso della sua professione unendosi a Emergency; e poi l’ex militare della marina in pensione Flavio che si lega a Emergency “perché quei ragazzi mi stanno simpatici”; e ancora Giorgia, la portavoce di SeaWatch, e poi l’elettricista José Ricardo, statunitense di origine messicana che ha lasciato casa per vedere un’altra frontiera da vicino. E infine Nicola, regista e giornalista imbarcato “per raccogliere materiale” da trasformare in racconto, che si chiede cosa possa percepire un lettore se non si rafforza la narrazione con la tragedia. Tutti si rivolgono soprattutto agli spettatori, in una polifonia di confessioni che non si concentra tanto sui migranti, quanto su chi lotta per salvare vite in mare. Persone spesso considerate scafisti, pirati, trafficanti di esseri umani.

I DUBBI DI CHI STA IN MARE
“A place of safety”, così, riflette su dubbi, paure, tormenti di chi sta in mare e prova a fare qualcosa: sono loro i primi sconfitti, e lo sanno. Eppure non possono far altro che continuare a interrogarsi sul senso di quello che stanno facendo, vivendo sulla propria pelle storie terribili di morti in mare, di corpi che affondano, di mani tese che cercano salvezza, di pelli ustionate dalla miscela di carburante e acqua marina, di massaggi cardiaci disperati al ritmo di “Stayin’ Alive” dei Bee Gees.
“Volete salvare queste persone ma non volete avere a che fare con il caos che si portano dietro”: non c’è spazio per la compassione nel Mediterraneo dei migranti, e non possono provarla nemmeno i volontari delle organizzazioni umanitarie rimbalzate da un porto all’altro col loro carico di disperazione. “Ci sentite? Noi siamo i siriani… ci sono circa 300… – Sì, vi do il numero di Malta, siete vicino a Malta, capisci? Chiamate Malta direttamente e velocemente. Loro sono vicini, ok? – Stiamo morendo… Non lasciateci! – Siete vicini a Malta, chiamate Malta”.
Ma allora l’Europa è un porto sicuro? Ritornare in Libia è cosa giusta per queste esistenze umiliate? Credi che un luogo dove non ti considerano esattamente una persona sia un luogo sicuro per te e il tuo bambino? Le domande dei Kepler-452 ci chiamano tutti in causa, svelando le contraddizioni del nostro tempo e la frattura profonda che l’Europa, ma anche tutto l’Occidente, sta vivendo di fronte a un processo irreversibile che ha modificato il suo senso morale, la sua identità e anche la sua umanità. Forse l’unico porto sicuro resta quello della nave-soccorso, per quelle poche ore in cui i sopravvissuti, in attesa di scendere chissà dove, possono anche ballare insieme immaginando un futuro migliore. Che forse mai arriverà.
Visto al Teatro Verdi di Pordenone

merci!
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