Reggio Emilia – Dopo Purcell e Weill/Brecht, dal cui accostamento lo scorso aprile erano scoccate apprezzabili scintille vocali e strumentali (qui la recensione di BON-VIVRE), I Teatri di Reggio Emilia tornano a unire felicemente musica classica e contemporanea con la produzione di un nuovo dittico operistico. Stavolta l’«accoppiamento giudizioso» è formato da Alfred, Alfred di Franco Donatoni (1927 – 2000) e La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi (1710 – 1736). Suona forse superflua la ricerca di sottili fili rossi che rendano ragione del dittico, anche perché non se ne sente, in fondo, la necessità. È infatti di per sé stimolante mettere a confronto in una stessa esperienza di visione e ascolto due momenti esemplari della vicenda storica del teatro comico musicale italiano. Tanto più che l’opéra comique di Donatoni, come esplicitamente la sottotitola l’autore, trova forse uno dei suoi aspetti più convincenti quando, e accade spesso, diventa citazione e parodia della tradizione operistica italiana, in particolare dell’800, nei molti rimandi ad arie celebri di capolavori verdiani, dal Trovatore alla Traviata, spesso destrutturati e decostruiti con giocosa acutezza, ben interpretata dall’Icarus Ensemble diretto da Dario Garegnani, che ha abilmente tradotto il fitto dialogare tra strumenti e voci, tratto distintivo della creazione, insieme allo spazio lasciato alla brillante enucleazione dell’identità sonora e solistica dei fiati.

Alfred, Alfred è però anche una arguta auto-parodia, che si esprime già nella scelta dell’autore di trasferire sé stesso in scena nella parte di malato, ruolo muto interpretato da Giuseppe De Luca. Donatoni rievoca qui, in una specie di rito apotropaico, cioè di allontanamento della morte da sé, un periodo di degenza trascorso in coma diabetico in un ospedale australiano. Quella che si affaccia ai nostri occhi non è una storia, ma una sequenza di epifanie grottesche dentro una nuda stanza d’ospedale, “istituzione totale” in cui medici, infermiere e amiche-visitatrici formano un iperbolico teatro dell’assurdo. L’ideazione di Muta Imago e la regia e scenografia di Claudia Sorace conferiscono a questa misteriosa umanità, entro una luce fredda e spettrale variata da effetti stroboscopici, l’aspetto di un’efferata galleria semi-umana tra il clownesco e il punk, tra il tronfio e il borioso, efficacemente amplificata, per ogni soggetto, da enormi videoritratti auto-caricaturali proiettati su due grandi schermi sghembi. Essi fungono anche da fondali uniti da un micro-sipario, da cui fuoriescono come in un incubo lo staff del micro-cosmo ospedaliero e i visitatori del degente, impersonati da interpreti tutti in ottima forma, vocalmente e attorialmente: Maria Eleonora Caminada, Elena Coscia, Samantha Faina, Michele Gianquinto, Clara La Licata, Matilde Lazzaroni, Liga Liedskalnina, Niccolò Roda, Elena Tereshchenko, Chiara Ersilia Trapani. Essi entrano in scena, soli o in gruppo, recitano e cantano come in una misteriosa sfilata carnevalesca, dove non mancano donne pluri-mammellate, ittiomorfe o aracniformi, a chiarire la natura ironica e onirica, seducente e teratologica, della esorcizzante visione donatoniana.
È infine curioso e straniante l’effetto prodotto dall’applicazione impeccabile di recitativi e arie su un testo in tutto privo di espressività, di punte emotive o di intenzioni estetiche, ma invece intonato a una mera funzione comunicativo-quotidiana, come nella lingua ordinaria di ogni giorno. Effetto che anch’esso contribuisce felicemente all’atmosfera grottesca e assurda che domina l’intera struttura, teatrale e musicale, della creazione.
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Morto di tisi a soli 26 anni e assurto subito a fama europea, nei cinque brevi e folgoranti anni della sua attività Giovan Battista Pergolesi lascia una traccia inconfondibile in più generi della vicenda storico-musicale, da quello sacro con il celeberrimo Stabat Mater, al teatro musicale, soprattutto nell’opera comica con La serva padrona. Emblema dell’eterno femminino che con graziosa scaltrezza realizza una fulminante scalata sociale, da serva diventando padrona, Serpina dà sfogo a un desiderio di mobilità sociale che assolve a una funzione costitutivamente conservatrice dell’arte: risarcire il pubblico rappresentando nella finzione, con finalità consolatorie, quel che nella realtà non può avvenire. Con una manovra gaglioffa, in combutta con il servo muto Vespone, impalma con l’inganno lo sciocchissimo padrone Uberto, condividendone così il cospicuo patrimonio.

Samantha Faina, che in Alfred, Alfred era una imperscrutabile visitatrice del malato, qui è invece una Serpina flessuosa e attraente, animata da un dispotismo inarginabile congiunto a una brillante impertinenza e a una gioiosa vitalità. Giuseppe De Luca trascorre con agilità da una subalternità all’altra: dalla muta sofferenza del degente alla stolta sudditanza di Uberto, riccastro senza nerbo ridicolmente inadeguato a parare i colpi della sua astuta dominatrice. Gabriele Matté veste con aderenza i panni di Vespone, servo succube, docile strumento delle macchinazioni della implacabile scalatrice sociale.
Tre enormi tendaggi suddividono l’appartamento padronale, gonfiandosi e sollevandosi morbidamente, come un’eco un po’ claustrofobica di un interno di François Boucher, primo pittore del re di Francia, maestro di frivolezze galanti ed espressione della vita di corte, pressoché coetaneo di Pergolesi, con cui ci sembra se non fratello, almeno affine in leggerezza geniale e schiettezza espressiva. Invece Muta Imago e Claudia Sorace fanno entrare dentro lo spettacolo un segno deciso della pittura francese di un secolo dopo, prima enigmaticamente, quando a metà dell’operina la furbissima arrivista brandisce per qualche istante il tricolore simbolo della République, poi con nettezza rivelatoria nel finale. Mentre lei alza il vessillo sopra il babbeo ingannato, il servo complice della truffa le si pone accanto imbracciando un fucile, allestendo così un dichiarato tableau vivant, tra kitsch e pop, de La libertà che guida il popolo, dipinto nel 1830 da Eugène Délacroix, quadro simbolo della Rivoluzione francese, che proprio pochi giorni fa è stato riesposto al Louvre dopo un lungo restauro. Quanto dire che Serpina è già in odor di 1789, benché quell’anno mirabile sia il simbolo di una rivoluzione con cui è la borghesia che sconfigge la nobiltà, lasciando il Quarto Stato e le “serve” che ad esso appartengono ferme allo stesso piano dell’ascensore sociale dove si trovavano prima.
Il libretto di Gennaro Antonio Federico è un campionario di frivolezze, che riascoltate oggi creano divertenti effetti parossistici, con aspetti di ecolalia, di verbosità, di inconsistenza strutturale. Ma che il testo sia privo di valore d’arte è ininfluente, trovandoci nel pieno di quella svolta nella nostra cultura e società intellettuale che Francesco De Sanctis descrive nella sua opera maggiore, la Storia della letteratura italiana, in pagine memorabili, che a distanza di centocinquant’anni non perdono la loro sostanziale veridicità. Dopo il ciclone Metastasio il processo di perdita di valore e autonomia della parola letteraria è diventato irreversibile, e sono proprio i Pergolesi, i Cimarosa e i Paisiello che completano il processo di cannibalizzazione della musica nei confronti del testo, decaduto ormai a suo ancillare supporto. Di questo ci è sembrato recare testimonianza, quasi trecento anni dopo, anche la riuscita e applauditissima serata reggiana.
Olindo Rampin
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ALFRED, ALFRED
Sette Scene e Sei Intermezzi
Musica e Testo di Franco Donatoni
I Infermiera Ann Maria Eleonora Caminada
II Infermiera Eleonor Matilde Lazzaroni
III Infermiera Josephine Elena Coscia
IV Infermiera Eileen Elena Tereshchenko
Capo Infermiera Chiara Ersilia Trapani
Dottor Prof. Alfred Sovicki Michele Gianquinto
Dottor Bilenski Niccolò Roda
Maristella degli Spiri Samantha Faina
Tosca Fosca la Formosa Clara La Licata
Rosa Shock Liga Liedskalnina
Amici di F.D. e studenti (mimi) Matilde Bignamini, Filippo Beltrami, Gabriele Matté, Danilo Smedile
F.D. (ruolo muto) Giuseppe De Luca
LA SERVA PADRONA
Due Intermezzi
Testo di Gennaro Antonio Federico
Musica di Giovanni Battista Pergolesi
Serpina Samantha Faina
Uberto Giuseppe De Luca
Vespone (ruolo muto) Gabriele Matté
Icarus Ensemble
Direttore Dario Garegnani
Ideazione Muta Imago
Regia e scene Claudia Sorace
Drammaturgia Riccardo Fazi
Luci e video Maria Elena Fusacchia
Costumi Ettore Lombardi
Complementi ai costumi Caterina Rossi
Nuovo allestimento – produzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
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Visto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia
