Milano – È curioso rileggere oggi le pagine con cui nel 1919 Benedetto Croce descrisse, costringendola un po’ forzosamente nello schema della sua filosofia morale, Antonio e Cleopatra di Shakespeare come la tragedia della volontà, “che si lascia soverchiare dall’empito delle passioni e non sa scegliere la propria via”. Il sentimento che lega i due protagonisti non è amore, è voluttà, scrive Croce. “Qui si è fuori della moralità e fuori persino della volontà. Si è nel turbine che rapisce”. Ma è davvero così? Certo deve aver contato la plurisecolare pessima fama che ha accompagnato la regina egiziana lungo secoli di storia della letteratura e della morale, tutta interna a una mentalità maschilista, desiderante, repressa.

Consapevole professionista dell’arte d’amare, capace di alimentare costantemente il desiderio maschile come scrive Shakespeare in un passo famoso, la sovrana africana è bollata in eterno da Dante con quel “Cleopatràs lussuriosa”, quasi una “lettera scarlatta” con cui è marchiata d’infamia in ogni fantasia occidentale di una sensualità esotica, da maliarda o da maga. Shakespeare non è forse estraneo a questo gusto romanzesco di un Altrove libertino e amorale, che si addice alla sua fondamentale mozione artistica, anti-accademica e pluristilistica, ai suoi arditi e veementi abbassamenti di stile e di lingua, al suo realismo, che non arretra nemmeno davanti al linguaggio più licenzioso. Cleopatra è definita in vari passaggi con epiteti molto coloriti, eppure questo non deve ingannare, perché la natura di questa tragedia è, come ben vide Gabriele Baldini, quella di un secondo tempo, più compiuto e riuscito, di quella prima indagine della passione amorosa tentata con Romeo e Giulietta. L’intellettualismo sofistico di quella love story adolescenziale diventa qui racconto di una passione vera, fisica, di un amore corporale, vissuto con vitale compiacimento da due persone esperte e mature.
La versione che ne dà Valter Malosti valorizza programmaticamente la fruibilità del testo, partendo da una co-traduzione con l’eminente anglista Nadia Fusini. Sfrondando molto, quasi in souplesse, senza darlo a vedere, a poco a poco fa emergere molte polveri della potenza di fuoco originaria delle idee e dello stile che Shakespeare fonde in questo capolavoro della maturità, che è un po’ la summa di tutto ciò che egli aveva imparato sulla complessità della relazione amorosa, sull’intreccio tra doveri pubblici e private passioni, sulla possibilità che gli offriva, giunta alla maturità, la sua vena potente, la sua capacità, come ha intuito acutamente Flaubert, di “compendiare in un solo tipo molte individualità sparse, di far dono di nuovi personaggi alla coscienza del genere umano”, lui che aveva “tutt’e due gli elementi, immaginazione e osservazione”.

Dai toni grotteschi, quasi da atellana, dell’inizio, si poteva supporre di assistere a una versione post-decadentistica, tutta eccessi e iperboli visive. Invece, dissimulata dai bei costumi di Carlo Poggioli e incastonata nella scena tra metafisica e post-futuristica firmata da Margherita Palli, si fa strada una regia temperata, che serve il testo e gli attori dando libero corso ai diversi talenti di ciascuno. L’Enobarbo di Danilo Nigrelli ha variegate sfumature di umanità e toccanti capacità di esprimere laceranti conflitti interiori. L’Indovino di Massimo Verdastro è di magistrale misura ed equilibrio, in un ruolo che poteva indurre a una sobrietà ironica che lo sottraesse facilmente al rischio dell’enfasi. Veggente inascoltato e malinconico, con i suoi rochi tremolii vocali e il penetrante fatalismo della sua dizione lieve e sensibile, egli è il solo a farsi veicolo di amare verità sulla ineluttabilità del destino stabilito per gli umani dalla divinità.

Carla Vukmirovic è un’Ottavia che battuta dopo battuta viene costruendo il ritratto di una ragazza con la valigia, una giovane donna infelice. Vittima predestinata di una tirannia patriarcale che non lascia scampo, la sua brevissima iniziazione alla carriera di moglie romanamente integerrima, di inappuntabile coniuge del maschio di potere, resta fatalmente schiacciata tra l’indifferenza di Antonio, lo strumentale legame fraterno con Cesare Ottaviano e la lontana immagine di un altro modo di essere donna, con cui non è possibile competere. Anna Della Rosa usa tutti i colori, i toni e semitoni della sua ricca e lussureggiante tavolozza, con cui dipinge una curiosa Cleopatra proteiforme, seria e faceta, ora grottesca ora piagata d’amore, ora amante suprema ora belle dame gaté, con vocalità diversamente sperimentate, una sinfonia complessa di espressioni, di sguardi, di languidezze, di ritrosie, di finzioni e verità che si mescolano con meditata arte d’attrice. Valter Malosti è l’uomo del disincanto, un Antonio distaccato dal sorriso scettico ma non cinico, talvolta straniero agli altri e a sé stesso, tranne che alla donna del suo personale pellegrinaggio a una erotica finis terrae, ex top player del gioco della guerra che dopo aver molto amato e molto vissuto, è ora fedele a un suo inevitabile ma non ignobile crepuscolo.
Olindo Rampin
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ANTONIO E CLEOPATRA
di William Shakespeare
uno spettacolo di Valter Malosti
traduzione e adattamento Nadia Fusini e Valter Malosti
con Anna Della Rosa, Valter Malosti, Danilo Nigrelli, Dario Battaglia, Massimo Verdastro, Paolo Giangrasso, Noemi Grasso, Ivan Graziano, Dario Guidi, Flavio Pieralice, Gabriele Rametta, Carla Vukmirovic
Visto al Piccolo Teatro di Milano
