OLINDO RAMPIN | Siamo a Sansepolcro per il Kilowatt Festival e prima di accedere a Je Suisse (or not) di Collettivo Treppenwitz / Camilla Parini, nella rinascimentale loggetta della Chiesa di Santa Maria delle Grazie veniamo invitati a consultare un banchetto di pubblicazioni sulla cultura elvetica: libri, guide, riviste dall’aspetto piacevolmente délabré. Quando entriamo nel solenne Oratorio ci accoglie un enorme orso bianco: dobbiamo sederci accanto a lui e sfogliare un album di famiglia, uno di quei quadernoni rigidi pieni di fotografie.

A materializzarsi sotto i nostri occhi è una specie di contro-biografia per immagini che attraverso note, disegni, commenti, correzioni alle fotografie e frammenti video, rimette in movimento passato e presente e si interroga con dolce e apparente distacco sull’identità: je suis or not? Quel dubbio sulla propria autobiografia ticinese riguarda anche l’identità svizzera (Je Suisse or not?), la sua composita, triplice composizione linguistica e culturale. In questo senso i “fallimenti” infantili dell’autrice, come la inabilità nello sci – nel paese alpino per eccellenza e per di più con due genitori super sportivi! – , si superano ricomponendoli in una memoria condivisa qui e ora con lo spettatore, nel filmino famigliare d’epoca dove l’artista bambina sugli sci, sola nel paesaggio innevato, benché il padre la sollevi dalle continue cadute, non ce la fa, non impara, non vive un catartico happy end.
Così un banale evento personale, come la fotografia di una gita di famiglia in cui compare qualcuno travestito da orso, si trasforma in una nuova domanda sull’identità elvetica. Per questo la ricerca sulla memoria, sul senso della traiettoria biografica, artistica e collettiva deve passare attraverso una reviviscenza dell’artista nei panni morbidi e bianchi di quel grande animale. L’enorme peluche seduto nella poltrona accanto alla nostra ci invita con brevi gesti, senza parlare, a ripercorrere questa traiettoria esistenziale. Alla fine l’orsone chiede allo spettatore con cui ha rifatto questo viaggio sentimentale a ritroso nel tempo, attraverso fotografie e video, se vuole o non vuole sollevargli la testa pelosa per scoprire chi si nasconde sotto, chi ha sofferto e sudato per noi, con sprezzo dell’estate rovente che ci tocca vivere.

Quanto l’immaginazione di Camilla Parini reinventa la realtà e la trasfigura in allegoria, tanto Elvira Buonocore, drammaturga de La cara dei vecchi, racconta la vecchiaia e la malattia con una scrittura iper-realistica, che non arretra davanti alla descrizione accurata degli aspetti ripugnanti che la fragilità umana comporta, come il drenaggio dei liquidi, i cateteri, la trasformazione degli anziani non autosufficienti in parvenze larvali. Questa ruvida mozione di realismo, se è un utile contravveleno a derive pietistiche, contiene il rischio di un suo eccesso al contrario, di una puntigliosa freddezza che odora di teatro anatomico e di referto geriatrico.
La sua traduzione registica, firmata da Pino Carbone, in una relazione tra la nipote, la mobilissima Anna Carla Broegg, al comando di una consolle, e i suoi due nonni invalidi, Alfonso D’Auria e Darioush Forooghi, oggettivati in video e resi fantocci inespressivi dai volti di maschere burattinesche, aumenta la potenza dell’antidoto al sentimentalismo, e allo stesso tempo irrigidisce il moto di adesione alla vicenda narrata.
***

Un solidarismo affettuoso e ricco di calda sensibilità è invece quello con cui l’artista spagnola Pepa Cases abbraccia idealmente e realmente il pubblico con il suo breve assolo Pols, che in Piazza di Torre Berta la vede sorridere e ballare con gli spettatori. È, la sua, una danza di strada chapliniana che invoca con gioia, nel finale anche esplicitamente con una voce fuori campo, la libertà da cliché identitari, dall’incapsulamento in etichette e schemi mentali, che fissino banalmente secondo preconcetti e categorie gli orientamenti sessuali, l’aspetto, i capelli, gli abiti.
***
La prima parte di Threesome, diretto e interpretato da Wojciech Grudziński, andato in scena al Teatro della Misericordia, è un lungo e appassionato inno al posteriore maschile. Ad esso l’artista polacco affida il ruolo di protagonista assoluto di un lungo assolo, performato in una postura di arduo contorsionismo. In testa un cappuccio azzurro con orecchie d’animale, incrocio stile bondage e slip di pizzo, il poderoso performer compone un manieristico sottinsù in cui il deretano è la parte superiore di una figura antropomorfa di cui si vede solo la schiena. Isolata da una luce teatrale che ne illumina la progressione di moti e sussulti, questa danza dei glutei culmina con una franca, decisa ostensione al pubblico dell’orifizio anale del danzatore.

Il titolo della performance trova la sua pertinenza quando, nella seconda parte, vediamo, insieme al volto scoperto e all’intero corpo erculeo del performer, anche un testo proiettato sul fondale e un mosaico di immagini che ricordano, a mo’ di amoroso suffragio, tre danzatori polacchi del passato, emarginati per la loro queerness e ostracizzati dal potere come “pagliacci” e “pervertiti”. Grudziński accompagna testo e immagini con l’iterazione rituale di un unico, semplice movimento delle gambe, ripetuto con finalità liberatorie, fino allo stremo delle forze.
C’era una volta il “romanzo di formazione”. Quello intitolato AGiTA e inscenato nel chiostro di San Francesco da Mariagiulia Serantoni potremmo chiamarlo un “romanzo di agitazione”, narrato corporalmente e fortemente permeato dalla possente musica dal vivo. Il discorso fisico della performer è quasi il tragitto di un’immedicabile crisi convulsiva indotta dagli impulsi elettro-sonori del potente disegno acustico di Andrea Parolin. Elegia di spasmi, di scariche elettriche, di sguardi attoniti e tensioni muscolari ad alto voltaggio, questa scrittura coreografica sembra tentare la trascrizione corporea di modificazioni neurofisiologiche e neurochimiche in un poemetto di tremori e di scosse, che termina con la catarsi di una richiesta di adesione al pubblico, nelle cui file, disposte sui quattro lati della scena, la performer, asceticamente vestita di nero, cerca un rifugio, una pacificazione, un contatto che scriva una nuova pagina del suo itinerario di inesausta tensione.

La discesa all’inferno del bambino protagonista di Ivan and the dogs della drammaturga inglese Hattie Naylor, tradotto da Monica Capuani e trasferito sulla scena da Federica Rosellini in uno straziante racconto d’infanzia per voce e suoni, ha forti risonanze con motivi e atmosfere dei romanzi di Charles Dickens. La condizione dell’infanzia delle classi povere nella Mosca degli anni ‘90 del Novecento, quale emerge dal testo di Naylor, ha molte cose in comune con l’Inghilterra dickensiana e le drammatiche avventure dei suoi eroi infantili. La vicenda del bambino di strada russo che, fuggito da una famiglia allo sfascio economico e affettivo, umiliato e offeso dalla barbarie degli adulti e dei coetanei, trova in una compagnia di cani randagi l’unica fonte di sostentamento, di amicizia e di solidarietà, ripropone il significato stesso della presenza degli animali in molti romanzi dickensiani.

Dickens stesso, attore dilettante, fu protagonista di fortunate tournées teatrali in cui le letture di capitoli dei suoi romanzi provocavano profondo turbamento nel pubblico, lo lasciavano spossato e furono forse, per alcuni, tra le cause della sua morte. In Ivan e i cani i ricchissimi intrecci romanzeschi e il patetismo di Dickens sono come prosciugati e concentrati nel racconto essenziale di un amaro rito di passaggio, di una fiaba crudelissima in cui l’educazione sentimentale è guidata dagli animali, non dall’uomo. Con la sua nuova chioma corta e biondissima Federica Rosellini assume, con il più semplice ed efficace dei “trucchi” teatrali, un enigmatico aspetto infantile. E’ il primo indizio di una drammaturgia plurilinguistica in cui le sofferte sonorità e i latrati dei cani non hanno minore spessore drammatico dell’implacabile racconto verbale della violenza e della miseria morale dei sapiens.
Olindo Rampin
———————-
Collettivo Treppenwitz / Camilla Parini (CH)
JE SUISSE (OR NOT)
di e con Camilla Parini
in collaborazione con Francesca Sproccati, Anahì Traversi, Simon Waldvogel
collaborazione alla drammaturgia Jessica Huber
video e foto Amos Pellegrinelli, Camilla Parini, Francesca Sproccati
coproduzione far° Nyon (CH), Südpol Luzern (CH)
nell’ambito del programma Extra Time Plus
in collaborazione con Lac Lugano Arte e Cultura (CH), Cima Città (CH), Fit Festival Internazionale del Teatro e della Scena Contemporanea (CH)
Elvira Buonocore – Progetto Nichel
LA CARA DEI VECCHI
drammaturgia Elvira Buonocore
regia Pino Carbone
con Anna Carla Broegg
in video Alfonso D’Auria, Darioush Forooghi
scene Giuliano la Spina
musiche Antonio Maiuri, Marco Messina
coproduzione Teatro Libero Palermo, Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse, Network Drammaturgia Nuova
durata: 70′
Pepa Cases (ES)
POLS
ideazione e interpretazione Pepa Cases
musica Clara Peya
tecnico Rubén Carreguì
durata: 20′
prima nazionale
Wojciech Grudziński (PL – NL)
THREESOME
ideazione, coreografia e interpretazione Wojciech Grudziński
drammaturgia Klaudia Hartung-Wójciak
produzione Nowy Teatr (PL), Belluard Bollwerk (NL)
video Rafał Dominik
costumi Marta Szypulska
disegno luci Jacqueline Sobiszewski
musiche e suoni Lubomir Grzelak, Wojtek Blecharz
durata: 50′
spettacolo programmato in collaborazione con Santarcangelo festival
Mariagiulia Serantoni
AGiTA
ideazione, coreografia e interpretazione Mariagiulia Serantoni.
musiche e performance dal vivo Andrea Parolin
disegno luci Emma Juliard
costumi Juliette Catelle
coproduzione Tanzfabrik Berlin (DE)
produzione e supporto amministrativo Apricot Productions – Berlin (DE), S’Ala Produzione
con il supporto di S’Ala Produzione, Diorama e Wiesenburg Tanzhalle – Berlin (DE), Culture Moves Europe, Goethe Institute, Unione Europea
durata: 50′
prima nazionale
Hattie Naylor – Federica Rosellini
IVAN E I CANI
testo Hattie Naylor
traduzione Monica Capuani
regia, suono e interpretazione Federica Rosellini
aiuto regia Elvira Berarducci
voce russa Laura Pasut Rosellini
disegno luci Simona Gallo
scenografia Paola Villani
costumi Simona D’Amico
produzione Cardellino srl
durata: 70′
——-
Visto al Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR) | 13 luglio 2025
Immagine in evidenza: Agita di MariaGiulia Serantoni al Chiostro di San Francesco – ph Luca Del Pia
