CHIARA PAVAN – Creature aliene che fluttuano, saltano, volano, si intrecciano, spostandosi leggere sotto una enorme luna che cambia colore. Magnifici passi a due che richiamano il fluire delle onde o che cercano pace e riconciliazione. E poi duetti, terzetti e assoli in un continuo mutare di forme che generano poesia visiva e pensiero. La “meraviglia” di Aterballetto prende vita sul palco del Teatro Comunale di Vicenza, dove la celebre compagnia – primo Centro Coreografico riconosciuto dal Ministero della Cultura – ha inaugurato la stagione di Danza proponendo quattro brani firmati dal gotha della coreografia internazionale contemporanea: “Rhapsody in blue” di Iratxe Ansa e Igor Bacovich, coppia d’arte e nella vita, “An echo, a wave” del giovane e talentuoso Philippe Kratz, “Reconciliatio” del maestro Angelin Preljocaj e “Solo Echo” della star canadese Crystal Pite.

Quattro pezzi capaci di valorizzare la versatilità espressiva della compagnia – in gran parte rinnovata con l’ingresso di nuovi danzatori – che appare in ottima forma, compatta come gruppo, eclettica più che mai e tecnicamente ineccepibile.

“Rhapsody in Blue” di Gershwin
“Rhapsody in blue” di Iratxe Ansa e Igor Bacovich (ph Christophe Bernard)

RHAPSODY IN BLUE, UN “GIOCATTOLO FANTASTICO”

L’apertura è affidata alle celeberrime note della “Rhapsody in Blue” di Gershwin, una di quelle composizioni che sin dalle prime note sa trascinare i corpi dentro l’ascolto, lasciando lo sguardo libero di immaginare il brio, la gioia ma anche l’inquietudine di tante vite in movimento. E non solo nella New York di Gershwin negli anni Venti del secolo scorso. Una fantasia musicale che nella versione Ansa-Bacovich diventa “un giocattolo fantastico” – parola dei due coreografi – che si anima in uno spazio sonoro dove tutto diventa possibile. I 16 danzatori di Aterballetto, in colorati costumi “urban”, reagiscono ai vari input come onde che attraversano la scena, modellando intrecci e raggruppamenti sempre diversi, come caleidoscopiche stelle filanti che fluttuano leggere e impalpabili sotto una grande luna colorata.

La Rapsodia di Gershwin è anticipata da un prologo, un duetto accompagnato dalla voce calda di Bessie Jones in “Beggin’ the Blues”, con due ballerini che escono dal gruppo in penombra. Un armonioso incontro di corpi avvolto dal ritmo cantilenante della musica, in un susseguirsi di incontri, prese, equilibrismi e salti che poi confluisce dentro la “Rapsodia”, svelando un po’ alla volta una coreografia gioiosa, frizzante, ricca di idee e visioni, mentre la luna tonda, enorme e magica, continua a cambiare colore, incantando contemporaneamente i danzatori e il pubblico. Ecco poi “An echo, a wave” di Philippe Kratz, seducente duetto che rappresenta un inno al moto ipnotico del mare, simbolo di eternità e luogo di incontri, partenze e ritorni. Un poetico pas a deux , fluido come le onde che attraversano spazio e tempo, che modella anche il fluire degli stati d’animo e delle emozioni, con il mare che si fa specchio del nostro essere “passeggeri” su questo mondo, eppure capaci di portare bellezza e connessione.

“Solo Echo” della coreografa canadese Crystal Pite (ph Christophe Bernard)

LA “RICONCILIAZIONE” DI PRELJOCAJ

Prosegue la serata “Reconciliatio” di Angelin Preljocaj, un altro meraviglioso duetto al femminile danzato sulla “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven. Qui due angeliche creature in body candidi e ali stilizzate si muovono sul palco seguendo in una rigorosa e poetica danza fatta di equilibri, adagi a terra e stacchi repentini in un percorso che punta a trasformare un conflitto in una relazione pacifica. Due “angeli” profondamente terrestri che fanno proprie le ansie, le paure e gli smarrimenti insiti in corpi che anelano a speranza e armonia. Un invito alla pace mai come ora necessario in un periodo segnato da guerre e incomprensioni.

Conclude lo spettacolo “Solo Echo” creato dalla coreografa canadese Crystal Pite su musiche di Brahms e ispirato alla poesia “Lines for Winter” di Mark Strand. Una riflessione sul tema della perdita, sull’accettazione del cambiamento e sul mistero della resilienza. Su una scena buia e spoglia illuminata sullo sfondo dal cadere della neve, Pite immagina unpaesaggio invernale dentro il quale ripercorrere il viaggio della vita, tra gioie e dolori. Uno sguardo che sul palco si traduce in continue combinazioni di gruppo, tra danzatori che si allontanano e ritornano, corrono e si atterrano, tra braccia che si protendono, gesti che sostengono o si abbandonano all’altro. Un immaginifico mutare di forme che rispecchia i sentimenti che cambiano, e che scolpiscono lo spazio scuro accendendolo della luce dei corpi. Potente.

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