OLINDO RAMPIN | È nota l’avversione di Čechov per lo schiamazzo attoriale, per l’enfasi interpretativa. Dopo il clamoroso fiasco della prima del Gabbiano, che lo aveva profondamente amareggiato, forse accelerandone il declino fisico, il trionfo della ripresa diretta da Stanislavskij fu tutta improntata a un memorabile, per noi purtroppo per sempre inattingibile concerto di emozioni rapprese, di incertezze interiori, di toni sospesi. Sono le ben note “pause”, in cui consistette la novità rivoluzionaria della scrittura teatrale di Čechov: gli “stati d’animo”, le “atmosfere”.

foto di Masiar Pasquali

Nella recente versione di Carmelo Rifici prodotta dal Lac di Lugano e passata al Teatro Due di Parma, più che un giovane provinciale insoddisfatto e malinconico, Trepliov è un viluppo di frustrazioni rabbiose: di qui il percorrere iroso lo spazio della scena in lungo e in largo, non di rado schiaffeggiandosi inopinatamente di stizza le cosce con le palme delle mani. Anche la mimica di Nina è tutta collere e accensioni, sebbene il volto infantile dell’interprete sia intonato a un candore non assente nel prototipo cechoviano: l’ingenua e sognante ragazza di provincia, fatalmente sedotta dall’intellettuale di successo.

E’ vero d’altronde che i mezzi toni e i sospiri trattenuti di quelli che Majakovskij additava sarcasticamente come gli eterni zii e zie del teatro di Cechov, quel mondo che simboleggiava la vecchia e putrescente Russia alla vigilia del crollo dello zarismo, rischiano di non essere comprese dal pubblico di oggi.

foto di Masiar Pasquali

Il Gabbiano di Rifici riscritto da Livia Rossi corregge con l’Auto-Tune in chiave trap il mirabile monologo-manifesto del nuovo teatro scritto dal giovane Trepliov e affidato a Nina. E’ l’emblema di una delle due direttrici formali intraprese da questa regia per decifrare e rileggere l’ingombrante classicità del primo capolavoro cechoviano. La prima è, appunto, l’adesione a una koiné giovanile o giovanilistica che mima la doppia possibilità in cui confluisce tipicamente uno stallo dello sviluppo dell’identità: la nevrotizzazione (Trepliov) o la naïveté (Nina). La seconda è un sostanziale depotenziamento di quel processo di epicizzazione del dramma, che nel secondo Ottocento diede inizio alla drammaturgia moderna, a cui il teatro di Cechov appartiene di fatto e di diritto.

Ne deriva un singolare effetto di “legittimismo” teatrale, di restaurazione del dramma classico operata sull’esile struttura della forma, ancora tradizionale, del teatro cechoviano, in cui l’assenza di svolgimento drammatico, di azione, così tipica dell’autore russo, è surrogata qui dalla concitazione mimica della recitazione e dall’innalzamento della temperatura emotiva. I personaggi di Cechov, ripiegati su se stessi, tristi, incapaci di vivere il presente, volti al passato o impauriti dal futuro, dolenti creature che parlano con se stessi anche quando parlano agli altri, appaiono qui come attraversati da un nuovo spirito del tempo che li sommuove e li elettrizza, più in superficie che in profondità.

foto di Masiar Pasquali

Questa ipotesi di lavoro registica trova una parziale correzione di rotta nella seconda parte del dramma, perché convive qui con una interpretazione decisamente freudiana della nevrosi del protagonista. La madre, la grande attrice sul viale del tramonto, egoista e avara, chioma biondo platino anni ‘90 tutta pettinata all’indietro, come una star fin de siècle, Sharon Stone o Madonna, anche lei in perenne agitazione, è, come si rivela alfine, nient’altro che il sempiterno doppio: la matrice edipica del fallimento esistenziale e del suicidio del figlio. Una matrice che si riproduce, in opere e omissioni, in corpo e in spirito, nella nuova Nina, la cui rustica innocenza è doppiamente lordata dalla relazione con il compagno della madre, l’indifferente scrittore di best seller, e dalla sua nuova carriera d’attrice.

IL GABBIANO
di Anton Cechov   
riscritto da  Livia Rossi 
con il contributo di Giacomo Albites Coen, che ha scritto il brano interpretato da Nina nel primo atto
con (in ordine alfabetico) Giacomo Albites Coen, Alessandro Bandini, Matilde Bernardi, Silvia Di Cesare, Jonathan Lazzini, Marta Malvestiti, Alberto Marcello, Francesca Osso, Benedetto Patruno, Alberto Pirazzini
datori luci Giovanni Vögeli, Fabio Bozzetta    
fonico Stefano Gualtieri
operatori video e microfonisti Giovanni Ceccarelli, Riccardo Roghini
sarta Eleonora Terzi
scene realizzate da Matteo Bagutti presso il Laboratorio del LAC  
produzione LAC Lugano Arte e Cultura 
in coproduzione con
Manifatture Teatrali Milanesi

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