CHIARA PAVAN I Uno spazio di vita condiviso tra sedie, poltrone, sgabelli e tavolini che arredano un appartamento sciatto e soffocante, illuminato da una grande finestra sul fondo e “tagliato” da una scala a vista. Un mondo tutto al maschile che si agita e si muove sotto un dipinto della regina Elisabetta II e una testa di bue imbalsamata appesi alla parete, in un disordine diffuso che lascia trasparire trascuratezza e degrado. Un “interno” di famiglia che sembra più un campo di battaglia per i suoi abitanti. Dove ben presto, complice il campanello di casa, entrerà l’inaspettato.
Massimo Popolizio si misura con Harold Pinter e con un testo feroce come “Ritorno a casa”, di cui è regista e attore protagonista, in scena dal 7 all’11 gennaio al Teatro Toniolo di Mestre (produce l’ Argentina di Roma, dove ha debuttato lo scorso anno, assieme al Piccolo Teatro di Milano con la Compagnia Orsini) per poi continuare la tournée a Udine, Genova, La Spezia, Modena, Savona e Milano.

UNA STORIA AL MASCHILE
Il celebre attore dà vita al capofamiglia Max, vedovo, ex macellaio e abituale frequentatore di ippodromi, uomo burbero e volgare in felpa gialla, scarpe da ginnastica e Ray-Ban fumé che si appoggia a un bastone quasi a voler tenere a bada il mondo; al suo fianco, due figli disadattati, Lenny (Christian La Rosa) e Joey (Alberto Onofrietti), privi di professione affidabile e votati al fallimento, e il fratello Max, Sam (Paolo Musio), altro inetto che vive in casa da parassita, forse fa l’autista, ma guida un taxi che non è suo.
A rompere questo dis-equilibrio relazionale è il ritorno a casa del terzo figlio, Teddy (Eros Pascale), scappato a suo tempo negli Usa dove insegna filosofia e dove ha sposato Ruth (Giorgia Salari) con cui ha avuto tre figli. Approfittando di un viaggio in Europa, Teddy vuol far conoscere la moglie alla sua famiglia. Ma questa presenza femminile, con la sua sensualità glaciale e calcolata, si rivela la miccia incendiaria della vicenda. Ruth, bella e affascinante, scioglie come un acido corrosivo i già fragili legami familiari, scuotendo i desideri degli uomini di casa: li ipnotizza un po’ alla volta accendendo i loro appetiti, li seduce ad uno ad uno mentre il marito assiste inerme alla sua stessa rovina. Apparente oggetto del desiderio e del controllo maschile, Ruth in realtà rovescia le gerarchie e si impone come nuova capofamiglia. È libera e sfrontata, e decide di prostituirsi per guadagnare denaro, ma ai maschi toccherà servire e obbedire. Di fatto, li trasforma in “donne di servizio”, decretando così la morte dell’uomo. La prostituzione di Ruth diventa a sua volta strategia deliberata per esercitare il potere sugli altri.
LO SGUARDO
Popolizio regala una commedia nera dove i corpi raccontano il non detto: tra pause e silenzi, esitazioni e improvvisi scatti, il pubblico viene mantenuto in uno stato di costante allerta in attesa di qualcosa che mai esplode. Dopo tutto, come diceva Pinter,” il linguaggio non serve a spiegare la realtà, ma a nasconderla”, e sul palco, luogo di tensioni sotterranee, il non detto pesa molto più del detto, e carica ogni gesto di potente ambiguità in cui è difficile distinguere le vittime dai carnefici.
“Ritorno a casa” svela come violenza e crudeltà si annidino dentro le mura di casa, e basta pochissimo perché escano allo scoperto trasformando la famiglia nel più crudele teatro del potere. Pinter denuncia il perbenismo borghese dell’epoca, svela le insoddisfazioni, l’immoralità e l’ipocrisia imperanti all’interno dei nuclei familiari dove le relazioni si basano sulla forza, e non sull’affetto, e dove la parola non trasmette amore, ma diventa strumento di dominio. Alternando umorismo nero e tensione emotiva, Popolizio si insinua nelle dinamiche della natura umana mostrandone la crudeltà con naturalezza feroce e grottesca. In fondo, dietro ogni normalità, sembra celarsi una violenza muta, invisibile, che si insinua implacabile e implode avvelenando tutto. Si ride, certo, ma è un risata che graffia e disturba. Osservando il collasso silenzioso dei legami familiari, Pinter, più attuale che mai, svela l’incomunicabilità tra uomini, il loro fallimento a comprendersi, a vivere, persino a esistere gli uni accanto agli altri. Da non perdere.
