Chiara Pavan I Il suo teatro è “sfacciato” – parole sue – e continuerà a esserlo, “senza paura. Il coraggio è l’elemento fondamentale, dal coraggio nasce la Politica“. Emma Dante non vuole rassicurare, mai. Il suo teatro non consola e non cerca il consenso, anzi, graffia ed entra di prepotenza nell’anima, iniziando a scavare.
Per mostrare ciò che spesso preferiamo non vedere. In oltre 35 anni di attività, la celebre drammaturga palermitana – cui la Biennale Teatro di Venezia assegnerà a giugno il Leone d’oro alla Carriera 2026 – ha trasformato il palco in un luogo di attrito costante, dove il privato si fa politico, e dove il “familiare” si mostra pericoloso e violento. Dopo tutto, come ha osservato la drammaturga siciliana in una recente intervista, “la famiglia è l’associazione a delinquere più pericolosa, per questo bisogna poter decidere liberamente a quale si vuole appartenere, senza sentirsi dei criminali se qualcuno considera difettosa la nostra scelta”.

Emma Dante

LO SGUARDO ARCANO E DOLOROSO

Sin dal debutto con “mPalermu”, Premio Ubu nel 2001 e “Carnezzeria”, altro Ubu nel 2002, fino a recenti “Le sorelle Macaluso” o “Misericordia”, Emma Dante ha sempre scavato con coraggio nelle proprie fratture o in quelle del suo tempo, trasformandole ostinatamente in materia viva di scena. Quasi a indicare che l’arte, quando è viva, spinge a guardare, lasciando il segno.
Nei suoi spettacoli, così come nel cinema o nella regia lirica, il mondo viene fatto “accadere” sulla scena. E in particolare la sua Sicilia arcana e primordiale, fascinosa e respingente, dolorosa, viscerale e vitale, metafora di sentimenti ampi e condiviso. Come nel potentissimo “Angelo del focolare”, passato a fine gennaio al Teatro Toniolo di Mestre e poi in tour a Piacenza, Firenze, all’Astra di Vicenza, al Palamostre di Udine, a Cremona e Sarzana.

IL “FOCOLARE” COME GABBIA

Angelo del focolare” scava senza pietà sulla famiglia, sul patriarcato interiorizzato e sulla violenza “normale” che abita gli spazi domestici, contaminandoli, rendendo norma ciò che è invece orrore. Il sipario si apre su un interno di famiglia con delitto, con una donna morta sul pavimento (Leonarda Saffi): il marito (Ivano Picciallo) le ha spaccato la testa con il ferro da stiro, ma lei non può nemmeno concedersi di morire, perché “l’angelo del focolare” non è libera neanche da morta, ma deve rialzarsi in piedi e ricominciare la sua misera esistenza di doveri, mestieri, insulti, e violenza ancora. Così ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. E ogni mattina lei si rimette in piedi, con il sangue rappreso sulla fronte e sulle tempie: riassetta la casa, pulisce i pavimenti, ricomincia a subire la violenza, verbale e fisica, del marito che si aggira sempre più minaccioso, e poi la depressione del figlio (David Leone), l’impotenza della suocera (Giuditta Perriera) che anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce. Ogni sera la moglie muore di nuovo, e ogni giorno poi ricomincia la routine come se nulla fosse. Un femminicidio costante.
È qui che lo spettacolo rivela tutta la sua potenza politica: l’omicidio non è l’eccezione, ma l’esito “normale” di un sistema violento che viene percepito come normale. Non c’è catarsi, non c’è consolazione. Emma Dante non offre scappatoie, chiude lo spettatore dentro quel girone infernale senza speranza, obbligandolo a guardare senza filtri. Perché la violenza non è solo il femminicidio, ma è tutta la catena di comportamenti e silenzi che lo precedono e lo seguono.
È una cultura patriarcale costruita su piccole violenze normalizzate che non si fermano mai: insulti, schiaffi, “non vali niente”, “devi fare quello che dico io”, un marito che si fa servire, comanda e picchia, una moglie che serve e subisce, la suocera che finge di non vedere e un figlio che assorbe la violenza di un padre che vive la relazione come un possesso. E se la donna è una proprietà, è “roba sua”, non c’è più scappatoia. L’angelo del focolare può solo morire.

IL PREMIO DELLA BIENNALE

Emma Dante riceverà il Leone d’oro alla carriera della Biennale. “Notizia grandiosa, sono molto emozionata”, ha commentato la regista, che ha deciso di tornare all’universo immaginifico e barocco del napoletano Giambattista Basile e presenterà a Venezia, in prima assoluta, “I fantasmi di Basile”.
La motivazione del Leone di Deofoe ne traccia il senso: “Con ironia, empatia, affetto, Emma Dante ha evocato sul palco un teatro fatto di straordinaria semplicità e umanità, capace di guardare agli ultimi, ai dimenticati, ai reietti, a quelle marginalità umane e urbane che ha raccontato come pochi altri artisti. Emma Dante è un’artista che, partendo dal cuore della sua Palermo ha saputo portare ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a quei temi scomodi e dolorosi che da sempre sembrano connotare la sua terra. In questa ricerca, Emma Dante ha portato con sé, in un eterno e dolente confronto, il tema della famiglia, quello della morte e del compianto, del sogno e della fantasia, dell’amore e della violenza: elementi con cui ha impregnato la sua creatività e la sua idea di teatro, raggiungendo un linguaggio proprio e riconoscibile”.
La regista è adesso in tournèe in Francia con tre spettacoli: “L’angelo del focolare”, “Re Chicchinella” e (a Parigi) con le repliche di “Les Femmes Savantes” di Molière per la Comédie-Française. La Francia, del resto, è per il teatro di Emma Dante una patria d’adozione sin dal 2012, quando diresse all’Operà Comique “La muta di Portici” di Daniel Auber.

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