CHIARA PAVAN I Il teatro di guerra di Virgilio Sieni è un quadrato bianco che si impone sul palco, uno spazio in cui il mondo sembra aver perso la propria umanità. Sono istantanee di cronaca di 11 tragedie che ieri come oggi ci riportano a un pianeta sempre più in fiamme, sono nomi che scorrono sul fondale nero a ogni incipit di assolo, pas de deux, terzetto o passi d’insieme dei cinque interpreti che danzano l’angoscia, la paura, la morte ingiusta. È lo strazio della guerra di chi la vive ogni giorno e la subisce, dove i movimenti si fanno echi interiori diluendosi in un approccio irrisolvibile con l’orrore.
“Il dolore degli altri”, per il coreografo toscano che “dialoga” con l’omonimo libro di Susan Sontag, ci chiama in causa da vicino, tanto più oggi che viviamo in un pianeta sempre più in fiamme. A vent’anni dal debutto, Sieni torna a riflettere sui massacri nel nostro presente grazie a una delle sue coreografie più importanti e acclamate, “Sonate Bach – Di fronte al dolore degli altri” , accolto al festival Danza in rete al Teatro Comunale di Vicenza: qui la danza spinge lo spettatore a interrogarsi sul senso del male insito nella cultura occidentale, sull’orrore e la disumanità che deflagrano, cercando poi un modo di ricostruire l’armonia distrutta dalla violenza in un tentativo di sciogliere il dolore.

UNA PARTITURA TRA LE MACERIE
Le undici coreografie, raccolte attorno ai brani che compongono le tre Sonate di Bach, selezionano 11 date emblematiche di conflitti tra il 1994 e il 2006 ritratti in centinaia di fotografie dei reporter di guerra: Jenin, Gaza, Baghdad, Kabul, Srebrenica, Sarajevo, Tel Aviv, Beslan, Kigali, Istanbul, Bentalha (e oggi ancora Gaza e Jenin, e poi Kiev, Libano e Donbass che potrebbero sostituirli) raccontano un’eterna dimensione di morte e distruzione. Le fotografie non vengono riprodotte in scena, ma incarnate dai cinque interpreti della Compagnia (Jari Boldini, Maurizio Giunti, Giulia Moreddu, Andrea Palumbo e Valentina Squarzoni) come atti mnemonici in grado di creare un ponte tra un movimento e l’altro.
I loro corpi prendono forma nelle variazioni del dolore e della sofferenza: si uniscono e si dividono, si tendono e si rilasciano, si scrutano smarriti alla ricerca disperata di un senso. Sono corpi che emergono dal buio, mutilati e offesi, corpi che cadono, si accasciano, si sostengono, si aprono in preghiera, si proteggono: sono salme sorrette a fatica, intrecci di mani e braccia o di mani che puntano all’infinito, anatomie in rovina che chiedono risposte. E’ la sofferenza di chi non ha scampo: Sieni fa rivivere lo strazio nel gesto danzato, lo osserva da vicino senza giudicare e lo restituisce con supplica interiore che evoca pace e fratellanza.
Nel narrare soprusi e lutti Sieni richiama l’atemporalità dell’arte figurativa classica, spaziando dalle tele rinascimentali alle Pietà e alle deposizioni delle sculture michelangiolesche, in uno sguardo che possiede una dolcezza e una pietas infinita. “Di fronte al dolore degli altri – spiegava la Sontag – è la sublimazione della tragedia in una trasfigurazione artistica senza commento che coinvolge insieme l’umano, il sacro, il singolare e l’universale”. Accompagnato dalle sonate di Bach, ma anche da profondi silenzi, Sieni spinge lo spettatore a posare lo sguardo su ciò che forse non si vorrebbe più vedere, trasformando il gesto in uno strumento etico e politico. Un’elegia in “controluce” che continua a parlarci, costringendoci ancora di più a interrogarci sulla nostra (dis)umanità.
LA RIFLESSIONE DEGLI INTERPRETI
“Sonate Bach” è uno sguardo sulla guerra mai così necessario come oggi: “siamo nel 2026 e rispetto a vent’anni fa tutto è rimasto uguale, anzi forse è peggiorato – osserva Daniela Giuliano, la direttrice della compagnia che a Vicenza ha incontrato il pubblico con alcuni suoi danzatori – Susan Sontag ci fa delle domande fondamentali: cosa vuol dire porsi davanti a un’immagine della guerra, cosa vuol dire trasfigurare il dolore in bellezza. Siamo bombardati da immagini di guerra, ormai sono la nostra quotidianità, ne siamo quasi assuefatti. Ma cosa possiamo fare noi davanti alla guerra? Niente, perché la decidono altri. Però possiamo dedicarci uno sguardo, del tempo. Entrando in comunicazione con questo dolore, e lasciandosene attraversare”.
“Noi interpreti siamo il tramite di questo sguardo – fa eco la danzatrice Giulia Moreddu – Siamo andati alla ricerca di una trasparenza, quasi di una forma di neutralità: abbiamo guardato le foto, abbiamo trascorso del tempo con loro per capire come abitarle, come starci dentro. Ci siamo fatti “attraversare” dall’immagine, come se i gesti contenuti nella foto passassero attraverso il nostro corpo per arrivare allo spettatore, in un equilibrio tra silenzi e pienezza”.
Le foto entrano nel gesto danzato come una sorta di “ricamo”, aprendosi a una forma di bellezza fragile e necessaria. “E la danza diventa così un dono, una continua dedica in memoria senza voler tradurre o descrivere l’immagine – ha confermato Sieni in una recente intervista – Un processo di compartecipazione e compassione, di trasformazione personale, in cui la riflessioni sui conflitti modifica anche la postura interiore”.
