CHIARA PAVAN I Il teatro come spazio “alter-native” che tenta di ritrovare quell’autenticità, anche imperfetta, che si nasconde nelle crepe più invisibili dell’umanità; la danza che sfida il tempo per riflettere sul legame più ancestrale con la vita. E poi la musica che vuole tornare all’ascolto “vergine” oltre il frastuono quotidiano, per riscoprire quel silenzio generativo da cui germogliano le sinfonie.
Nello stesso tempo, però, la realtà sempre più scossa dai conflitti in corso entra di prepotenza nei tre Festival Internazionali della Biennale di Venezia, Teatro, Danza e Musica, che per l’edizione 2026 accolgono nei loro programmi echi delle tensioni in atto nel mondo interrogandosi anche sulla verità dell’incontro con l’altro, sulla natura del tempo “che non esiste” e sullo stupore del primo ascolto.
Un viaggio complesso e immaginifico attraverso le “visioni” dei tre direttori di settore, William Dafoe per il Teatro, Sir Wayne McGregor per la Danza e Caterina Barbieri per la Musica, decisi ad esplorare “la dimensione centrale dell’esperienza artistica dal vivo intesa come tramite necessario per rinnovare, ogni volta, la percezione della realtà”, come ha sottolineato il presidente della Biennale Pierangelo Buttafuoco presentando la grande kermesse che animerà Venezia e alcuni spazi della terraferma da giugno a metà ottobre.
Sono 158 appuntamenti per 470 artisti che arrivano da tutto il mondo, dall’Italia e dalle sponde del Mediterraneo alla Lapponia e al Sudafrica, dalle regioni del Daliangshan cinese fino a Giappone, Samoa e la Nuova Zelanda, attorno ai quali ruoterà anche la comunità dei diversi Biennale College, i giovani artisti under 30 che si affacciano al mondo dell’arte per portare sul palcoscenico internazionale dei festival le loro creazioni. Quest’anno sono giunte 1.841 domande di partecipazione da 48 paesi diversi per i numerosi bandi ideati dalla Biennale – per registi, drammaturghi italiani, e ora anche attori e attrici; e poi quelli per coreografi e danzatori, e per compositori, sound artist e performer musicali – che da sempre si pone come osservatorio sull’evoluzione delle arti dal vivo. Un progetto articolato che si apre al futuro e alle nuove generazioni di artisti, mai come oggi ostaggio di un mondo in fiamme dove l’arte può diventare uno strumento potente di contrasto con spazi di riflessione, dialogo e consapevolezza collettiva.
La Biennale di Venezia può accogliere tutti? – è stato chiesto ai tre direttori. “Sì, è sempre stato così. Penso che il ruolo della Biennale sia questo, riunire voci diverse all’interno della comunità– ha ribadito McGregor – Questo è lo scopo dell’arte, non intrattenere ma provocare, e trasportarci in quello che è sconosciuto. E le grandi istituzioni devono essere pronte a farlo“. Ecco allora che alcune opere in cartellone riflettono sulle guerre e le ostilità in atto in gran parte del pianeta: per la danza, ad esempio, arriverà a Venezia il coreografo israeliano Emanuel Gat con un lavoro sulla quinta sinfonia di Mahler, Five days in the Sun; in What is war l’artista giapponese Eiko Otake e la coreografa cinese Wen Hui indagano i segni lasciati dalla guerra sul corpo e nella memoria collettiva delle generazioni a venire, ricordando quanto sia fragile e preziosa ogni vita individuale. Nel teatro, lo scrittore, attore, danzatore, regista ruandese Dorcy Rugamba porterà per la prima volta in Italia Rwanda – Letter to the Absent, testimonianza in prima persona del genocidio dei Tutsi avvenuto nel 1994, che ha determinato la sua storia di uomo e di artista. Dalla Grecia arriverà il regista e attore greco Christos Stergioglou che, con Alexandros Drakos Ktistakis, darà vita al concerto-spettacolo Cries ispirato alle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli. E infine, al festival della musica, in prima assoluta e commissionato dalla Biennale, l’opera transculturale In the Threshold of Your Love, che mette in dialogo la compositrice e vocalist americana Lyra Pramuk con il musicista iraniano Mohammad Reza Mortazevi.
IL TEATRO – “ALTER – NATIVE”
Willem Dafoe guarda al teatro che si interroga sul “chi siamo” deciso ad allontanarsi dai percorsi del precostituito, “del prevedibile e del levigato” che stanno appiattendo le produzioni di questi ultimi anni: per la 54. edizione, in programma dal 7 al 21 giugno, ha ideato il titolo “Alter-native”, gioco di parole che allude “al cambiamento – dice -, ma anche all’altro (“alter”), e al tempo stesso sottolinea la natura e la cultura di provenienza (“native”)”. Di qui la scelta di invitare opere provenienti dai contesti più diversi con cui abbiamo meno familiarità. “E questo ci consente di ritrovare la forza e l’unicità del teatro, quella sua capacità di farci incontrare l’altro, di esserne coinvolti, e di attingere alla sua comprensione – aggiunge l’artista -. Cerco quel teatro in cui alberga l’imperfezione, dove l’originalità può anche nascondersi nella crepe”. Ecco allora la voglia di portare a Venezia alfabeti, culture e tradizioni diverse che non riproducono fedelmente sé stesse, ma aprono nuove strade, altri modi di vedere e di pensare il mondo. A partire dal Leone d’oro alla carriera a Emma Dante, tra le autrici più innovative e coraggiose del nostro tempo, che presenterà in prima assoluta I fantasmi di Basile, affrontando l’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile di cui aveva già messo in scena “La scortecata”, “Pupo di zucchero” e “Re Chicchinella”. Torna alla Biennale anche Davide Iodice con il nuovo Promemoria, un lavoro in cui affronta il tema della memoria, ponendo al centro i racconti e la vita degli anziani che risiedono nelle strutture di accoglienza. L’opera nasce infatti al termine di un laboratorio intensivo chiamato “L’enciclopedia delle Emozioni”, svoltosi lo scorso anno nelle case per anziani di Venezia.
Per la prima volta in Italia il regista e attore greco Christos Stergioglou che, con Alexandros Drakos Ktistakis, propone il concerto-spettacolo Cries, ispirato dal Pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, dal lamento di Ecuba della Troiane di Euripide, e dalle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli”. Testi e parole di una memoria collettiva si intrecciano in un flusso continuo con le musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis, in scena con il suo ensemble insieme alle voci del baritono Georgios Iatrou e dello stesso Stergioglou. Al festival arriverà anche il regista greco-albanese Mario Banushi, Leone d’Argento del festival 2026 con la trilogia che l’ha reso famoso, “Romance familiare – “Ragada”, “Good Bye Lindita” “Taverna Miresiasono”, capitoli di un paesaggio della memoria che trasforma temi intimi e personali in poesia universale.
Dal Giappone Satoshi Myiagi che reinventerà l’Otello di Shakespeare in Mugen Nohj Othello alla luce del rituale del teatro Mugen-Noh, con la tragedia del Moro di Venezia interpretata dal fantasma di Desdemona. Da Giava la compagnia di Giacarta Bumi Purnati Indonesia con due lavori, Under the Volcano per la regia di Yusrli Katil, ispirato alla terribile eruzione del Krakatoa del 1883, e Hikayat Perahu/The tale of Boat per la regia di Sri Qadariatin, dove la storia di una barca che naviga sull’Oceano indica il percorso spirituale che l’anima compie verso Dio. Dall’India la sensuale danza Odissi della coreografa e danzatrice di Calcutta Sharmila Biswas, che presenta a Venezia Mischief dance: A Journey Through Rhythm and Spirit. Dalla Nuova Zelanda l’artista samoano Lemi Ponifasio, che in Star Returning: Venice attinge alle culture aborigene del Pacifico per creare nuovi simboli che parlino anche al nostro presente. Lo scrittore, attore, danzatore, regista ruandese Dorcy Rugamba col suo Rwanda – Letter to the Absent, affronta genocidio dei Tutsi del 1994 accompagnato dal talentuoso polistrumentista senegalese Majnun; una celebrità della world music, la cantante Angelique Kidjo, propone alla Biennale un concerto in duo con il pianista Thierry Vaton.
In partenza anche i progetti legati alla Biennale College, con i vincitori del bandi nazionali come Alberto Colombo Sormani con Imago Vocis | spacetime in-between, Davide Pascarella e Bruna Bonanno per la nuova drammaturgia con Bacio Sogno Autodistruzione, presentato in forma di lettura scenica da Alessandro Businaro; quindi Aka Jolly Roger di Bruna Bonanno, “drammaturgia pirata” secondo i Motus che firmeranno la mise en lecture del testo. E poi Tacet di Jacopo Giacomoni, testo vincitore di Biennale College Drammaturgia 2024-25 in prima assoluta con la regia di Silvia Costa. Nel solco di Biennale College si colloca il Progetto Scuole di Teatro, che vede la Biennale Teatro aprire le porte all’Accademia teatrale Goldoni dello Stabile del Veneto, alla scuola di teatro di Napoli e alla Paolo Grassi di Milano, e infine il nuovo college avviato da Dafoe per 11 performer under 30; non mancheranno i workshop di critica teatrale, le conversazioni, gli incontri, le tavole rotonde con gli artisti e le artiste, compreso un omaggio a Bob Wilson ospitato nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian per tutto l’arco del festival grazie ai materiali raccolti e conservati all’Asac, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia.

LA DANZA – “TIME DO NOT EXIST”
Sir Wayne McGregor riflette sul tempo, o meglio su un tempo che non esiste per scandagliare così i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, incoraggiando il pubblico e percepire il suo legame con la vita: A suo avviso, infatti, “il tempo non esiste e fondamentalmente gli artisti della danza lo hanno sempre saputo – spiega – invitandoci così a provare meraviglia per la natura della realtà. Quindi questa profonda esplorazione del tempo è un invito a cambiare il modo di essere e di relazionarsi”. Ha chiamato così 140 artisti per più di 60 appuntamenti lungo l’arco di due settimane (17 luglio – 1 agosto) in un programma di tutte novità: 9 prime assolute, 3 prime europee, 8 prime italiane.
I Leoni della Biennale Danza 2026 portano a Venezia Bangarra Dance Theatre (Leone d’oro alla carriera), la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni australiani, e la danzatrice, coreografa, regista e attivista Mamela Nyamza (Leone d’argento) con l’omonima compagnia. Entrambe le formazioni debuttano con due prime europee: rispettivamente Terrain, coreografia di Frances Rings, spettacolo che evoca la forza del corpo e della terra e The Herd/Less, un’opera sull’ambiguità che esplora il doppio significato di “gregge”: simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione. Dal Nord del pianeta e dalla cultura Sami, alla confluenza tra Norvegia, Russia, Finlandia, Svezia, arriva Láhppon/Lost della coreografa e regista Elle Sofe Sara, che racconta la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata, per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. Per la prima volta alla Biennale un’artista lappone, Elle Sofe Sara, che insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir dirige 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo.
La coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, che nel 2025 ha fondato la compagnia Kintana a Bruxelles, reinventa le proprie radici sepolte in Fampitaha, fampita, fampitàna, novità per l’Italia. Omar Rajeh, figura centrale della danza contemporanea in Libano e nel mondo arabo, oggi noto anche in Europa dove è di stanza a Lione dal 2020, porta al festival il suo ultimo lavoro, Dance people, dove afferma il valore aggregante e comunitario della danza, facendone un atto dalla valenza fortemente politica. Ecco poi Tempo dell’artista finlandese Kalle Nio, capace di fondere teatro visivo, cinema sperimentale, circo contemporaneo e nuova magia, insieme al coreografo brasiliano di stanza in Svezia Fernando Melo. Quindi la danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, il danzatore italiano Luigi Sardone e il danzatore e acrobata svedese Winston Reynolds si muovono in un paesaggio tra danza, teatro e acrobazia. Tra i tanti lavori attesi, Invisible del vincitore del bando nazionale per una nuova coreografia, Andrea Salustri e Just Between Me and Jesus del vincitore del bando internazionale Oli Mathiesen, neozelandese di origine Maori.
A Venezia arriveranno anche tante figure cardinali della danza: come Adam Linder, australiano attivo tra Los Angeles e Berlino, che torna in laguna con Drip Tekhne, un’esplorazione sull’evoluzione del processo che ha portato i nostri corpi a diventare strumenti tecnici per la danza. Una parata di stelle con la Winndance, acronimo di When if Not Now, nuova formazione di Stoccarda che raccoglie i più bei nomi della danza sopra i quarant’anni e autori di punta: John Neumeier, che ha riscritto la storia del balletto contemporaneo insieme a Kylián e Forsythe, Imre e Marne von Osptal, coreografi associati al Nederlands Dans Theater, Rainer Behr, già attivo con le maestre del Tanztheater Susanne Linke e Pina Bausch, Javier de Frutos, fra i più influenti coreografi latino-americani attivi in Europa, Omar Román de Jesús, esponente della coreografia portoricana: presenteranno in prima mondiale il progetto Scirocco, ovvero due capitoli in dialogo: Morte a Venezia e il Ponte dei sospiri.
La danzatrice e coreografa americana Molissa Fenley sarà a Venezia in triplice veste. Anzitutto come autrice del pezzo di culto State of Darkness, con un singolo danzatore (Cassandra Trenary) a cimentarsi con un’intera orchestra nella Sagra stravinskiana vista sotto una nuova luce; poi come autrice e in via eccezionale nuovamente interprete di Bardo, l’assolo concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista. Infine sarà maestra per i sedici giovani danzatori e i due coreografi di Biennale College in vista di una nuova creazione in prima mondiale per il festival.
Giovani talenti e i grandi maestri della danza insieme per Biennale College: sedici giovani danzatori provenienti da tutto il mondo e i due giovani coreografi saranno in residenza alla Biennale Danza 2026, partecipando a classi, workshop, lavori di repertorio e, soprattutto, creando nuove opere, quest’anno al fianco di Molissa Fenley e Maxine Doyle. Scrive McGregor “Entrambe queste artiste sono vere potenze dell’immaginazione, esperienza e innovazione, e siamo entusiasti di commissionare due nuove opere (On Tenderness e Hubris) ideate specificamente per i danzatori di Biennale College 2026”.
Giunta alla 20. edizione del Festival, la Biennale Danza, creata come settore autonomo ventotto anni fa, si racconta in una mostra, Life Lines, creata in collaborazione con l’Archivio Storico della Biennale – Asac. Infine, il festival sarà come sempre accompagnato da laboratori per specialisti ma anche aperti a tutti con molte delle compagnie e dei coreografi ospiti. Incontri e conversazioni permetteranno di avvicinare il pubblico agli spettacoli in programma.
LA MUSICA – “A CHILD OF SOUND”
“La grazia del bambino che incontra il mondo con lo stupore del primo sguardo, o meglio, del primo ascolto, rispettandone il mistero, è la stessa grazia attraverso cui la musica sa disarmarci”: parte da questa riflessione la direttrice Caterina Barbieri per raccontare il 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea in scena a Venezia dal 10 al 24 ottobre: “A Child of sound” riflette proprio sulla musica come infanzia dello spirito, esperienza che ci riconnette a uno stato primigenio di apertura, vitalità, potenza creatrice. L’infanzia dunque come luogo di origine dell’ascolto radicale”. Prendendo ispirazione dal bambino di suono come simbolo di rivoluzione e guarigione, il festival propone un programma di prime assolute e lavori site-specific coinvolgendo alcune delle voci più interessanti e multiformi della musica contemporanea: ad oggi 130 artisti per oltre 40 appuntamenti – con 23 novità, di cui 18 in prima assoluta, protagonisti di una programmazione che attraversa secoli e continenti fondendo tradizione, classico e sperimentale.
Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble (32 strumentisti e un coro di 16 voci sotto la direzione di Tonino Battista) unirà la prima esecuzione assoluta l’inedito Musica per una fine di Ennio Morricone, costruito attorno a una poesia di Pier Paolo Pasolini, a un programma su Bach, fra cui il Ricercare a sei voci nell’ orchestrazione di Anton Webern, e una commissione a Sarah Davachi, una delle voci più interessanti della scena musicale contemporanea, che al Festival riceverà il Leone d’argento. Sara Davachi debutterà anche in un recital per solo organo da camera che alternerà brani dal un nuovo album a brani dall’album del 2024 The Head as Form’d in the Crier’s Choir.
In prima assoluta e commissionato dalla Biennale è l’opera transculturale In the Threshold of Your Love, che mette in dialogo la compositrice e vocalist americana Lyra Pramuk con il musicista iraniano Mohammad Reza Mortazevi, fra i massimi interpreti delle percussioni tradizionali persiane, di cui ha radicalmente ridefinito la tecnica. Accanto a loro il polistrumentista egiziano Islam El-Ghazouly, al sintir marocchino, fujara slovacco ed elettronica.
A Venezia la potenza del canto a cappella dei Tallis Scholars, da oltre 50 anni interpreti del grande repertorio sacro vocale rinascimentale e barocco: Chants sarà un itinerario musicale che attraversa i secoli nel segno della comune aspirazione al canto come via privilegiata di elevazione spirituale. Un programma che spazia da Hildegard von Bingen e Gregorio Allegri fino ad Arvo Pärt e Kara-Lis Coverdale, cui la Biennale ha commissionato la creazione di un nuovo brano in prima assoluta. Coverdale, pianista e organista, compositrice e musicologa canadese di origine estone, sarà alla Biennale anche in veste di interprete del suo ultimo album Changes in Air, che esplora elettronica, strumenti acustici e organo. In scena al suo fianco il Leone d’argento Sarah Davachi.
Canons per coro a cappella di Clarissa Connelly, presentato in prima italiana, pone nuovamente al centro attraverso la voce il rapporto complesso tra memoria storica e contemporaneità. Ecco poi l’ONCEIM, l’Orchestre de Nouvelles Créations, Expérimentations et Improvisations Musicales, fondata a Parigi nel 2012 da Frédéric Blondy, che sarà alla Biennale con due novità per l’Italia: una creazione per orchestra di Ellen Arkbro e Non puoi contare l’infinito per grande ensemble, tre voci, elettronica, commissionato dalla Philarmonie de Paris a Caterina Barbieri. Alla Biennale l’ensemble egiziano Mazaher, uno degli ultimi rimasti a custodire l’antica tradizione dello zār, in due i concerti e un laboratorio aperto a giovani musicisti.
Ecco poi l’effervescenza della scena ipercontemporanea della musica Singeli, la musica elettronica più veloce nata dall’energia e dalla vitalità della gioventù dei ghetti di Dar el Salam e la zona costiera della Tanzania, fatta con una strumentazione essenziale, quasi “povera” e caratterizzata da ritmi vertiginosi, beat digitali incessanti e testi rapidi in swahili intrisi di critica sociale: alla Biennale ci saranno i protagonisti di questa scena per una serata unica: Hamadi Hassani, alias Dj Travella, Pili Pili e Jay Mitta. Non mancherà il mix originale tra elettronica e influenze afro-diasporiche – kuduro, batida e gqom – espressione di comunità dei discendenti delle ex colonie portoghesi in Africa che nei barrios di Lisbona e nel suo melting pot hanno trovato ideale terreno di coltura. Con Nídia, Dj Firmiza e Helviofox, la serata è dedicata alla valorizzazione della musica dance contemporanea nata nelle periferie e nei quartieri popolari della città.

Tra musica popolare e musica colta si colloca la ricerca di Walter Zanetti, alla Biennale con Cantos Yoruba de Cuba e El Decameron Negro: i Cantos Yoruba de Cuba sono un’esplorazione della musica sacra afro-cubana tradotta attraverso l’intimità timbrica della chitarra classica; El Decameron negro, considerata una delle massime composizioni per chitarra classica e opera del più importante compositore cubano Juan Leo Brouwer, oggi 87enne, stempera in nuove melodie musica popolare e colta. La chitarra sarà al centro di un appuntamento speciale della Biennale Musica: un ensemble itinerante di chitarre interamente costituito da giovani strumentisti attraverserà la città, interpreti di musiche commissionate dalla Biennale a ML Buch e Gigi Masin. La chitarrista, compositrice e producer danese Marie Luise Buch, in arte ML Buch, classe 1987, è una delle voci in forte ascesa della scena musicale, sarà, inoltre in scena in prima persona per una performance live destinata al festival.
Gigi Masin, veneziano, classe 1955, figura anomala del panorama musicale italiano, ha percorso il mondo in quarant’anni di carriera sempre nel solco di una ricerca coerente e appartata, presenterà Wind, album autoprodotto nell’86 e divenuto di culto a distanza di anni, che sarà poi oggetto di una nuova edizione speciale festeggiando il quarantennale del debutto proprio a ottobre 2026.
Un altro album di culto e un’altra avventura discografica: Prati Bagnati del Monte Analogo di Francesco Messina e Raul Lovisoni, prodotto alla fine degli anni ‘70 per una serie curata da Franco Battiato. Oltre alla presentazione di Prati Bagnati del Monte Analogo, specialmente riarrangiati per l’occasione da Francesco Messina in una versione per trio (piano, violoncello e sintetizzatori), il compositore italiano presenterà anche nuovi brani sotto il titolo Le api dell’invisibile che debutteranno in prima assoluta al Festival.
Alla Biennale saranno presenti anche due nuove voci del minimalismo sintetico italiano, Marta de Pascalis e Grand River, che debutteranno in prima assoluta al Festival: De Pascalis con un nuovo lavoro per sintetizzatori e nastri, Grand River (pseudonimo di Aimée Portioli), in prima mondiale, col suo nuovo album per chitarra ed elettronica in via di pubblicazione. Attesa anche una delle figure pionieristiche più luminose e singolari della musica ambient e new age contemporanea, l’ottantaduenne artista statunitense Laraaji, con una delle sue spettacolari performance live e un workshop di risata meditativa. Un altro maestro, pioniere della scena noise giapponese e figura di culto dell’improvvisazione radicale è Keiji Haino, Leone d’oro alla carriera: si esibirà in un concerto site-specific per voce e strumenti a corda e presenterà anche un documentario diretto da Kazuhiro Shirao sulla sua carriera, mai visto al di fuori del Giappone.
Altre due icone della musica elettronica giapponese saranno presenti al Festival: Phew presenterà in anteprima italiana il suo nuovo disco in un live ai sintetizzatori modulari, e Dj Nobu farà uno dei suoi leggendari extended djset dedicati alla techno sperimentale a Forte Marghera, spazio dedicato anche per quest’anno alla dimensione più clubbing del Festival.
A Venezia anche la performance multisensoriale, As Nature, concepita dal musicista keniota KMRU, che l’ha sviluppata insieme agli artisti Nick Verstand e Mareike Bode: uno studio profondamente meditativo sul rumore. Saranno presenti poi l’artista britannico Carrier, noto per il suo approccio scultoreo al suono nelle basse frequenze, Loidis, l’alias più recente dell’artista statunitense Huerco S., che presenterà un live inedito dedicato alle sue tipiche sonorità di confine tra dub techno, ambient sperimentale e house low-fi, e la giovanissima dj afro-americana Livwutang, alias Olivia Klutse.
I LUOGHI DEI TRE FESTIVAL
Anche quest’anno i festival delle arti dal vivo della Biennale coinvolgeranno Venezia per estendersi a Mestre e Marghera: molti degli appuntamenti in programma avranno luogo negli spazi unici della Biennale di Venezia all’Arsenale (Teatro alle Tese, Tese dei Soppalchi, Sale d’Armi, Teatro Piccolo Arsenale); nella sede di Ca’ Giustinian; nei teatri storici della città, Malibran e Goldoni. Novità di quest’anno è la presentazione di un concerto spettacolo della Biennale Teatro (Cries di Christos Stergioglou e Alex Drakos Ktistakis) al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore, lo splendido anfiteatro all’aperto restituito alla città dalla Fondazione Giorgio Cini nel 2022. Mentre lo spettacolo di Davide Iodice, Promemoria, troverà spazio nei luoghi in cui è stato creato, al Centro Servizi di San Giobbe con i suoi residenti. Come lo scorso anno, l’apertura della Biennale Musica vedrà percorrere calli e campi di Venezia da un ensemble di giovani chitarristi, mentre altri eventi saranno ospitati nello spazio ormai acquisito alla città di Forte Marghera e al Parco Albanese di Mestre.
Verrà trasmesso su Rai 5 il 28 marzo alle 22.45 per poi essere disponibile su RaiPlay il documentario Willem Dafoe. Autobiografia dell’avanguardia che, seguendo le tracce della passata edizione della Biennale Teatro, racconta la nascita dell’avanguardia teatrale con particolare attenzione a quello che accade a New York a partire dalla fine degli anni Settanta. Tra gli intervistati ci sono Richard Schechner, leader di The Performance Group, ed Elizabeth LeCompte, guida del Wooster Group. Prodotto da Rai Cultura in collaborazione con la Biennale di Venezia, il documentario è stato ideato e realizzato da Felice Cappa, con la regia di Dimitri Patrizi.




