Una seduta spiritica ironica e feroce per ritrovare la voce di una donna “invisibile” che non ha mai smesso di rivendicare la propria identità e la propria libertà. Contro tutti e tutto. Marta Cuscunà continua a interrogarsi sui dispositivi del potere che alimentano la violenza di genere. E sempre a modo suo. Con le poetiche pupazze che hanno animato le sue “Resistenze femminili”, la potente trilogia nata con “È bello vivere liberi!”, “La semplicità ingannata” e “Sorry, boys”. E con gli straordinari esseri animatronici protagonisti di “Carborundo”, “Il canto della caduta” e della “Fabbrica del mondo” su Raitre accanto a Marco Paolini.
Ora, approfondendo la sua ricerca tra artigianalità scenica, teatro di figura e tecnologia, l’artista di Monfalcone debutta al RomaEuropa Festival, il 28 e 29 ottobre, con “La Medium” – poi in tour, a partire dal 7 e 8 novembre al Palamostre di Udine e dal 10 al 20 dicembre al Piccolo di Milano, dove è artista associata fin dalla stagione 2021/22 – in cui riflette ancora una volta sul rapporto tra corpo femminile e potere patriarcale, trasformando il teatro in un dispositivo di liberazione simbolico.
LA STORIA DI HERSILIE ROUY

Cuscunà si concentra sulla storia di Hersilie Rouy, nata a Milano nel nel 1814 e figlia di un famoso illusionista ottocentesco, Charles Rouy, celebre per avere inventato il numero della “Donna invisibile” in cui le donne sparivano dentro scatole “magiche”. D’altra parte, molte creazioni che hanno segnato la storia della magia seguono un copione sessista, con uomini che usano come strumento il corpo di una donna, fatta a pezzi o fatta sparire tra gli applausi del pubblico.
La pièce di Marta Cuscunà si ispira a “Incantagioni” di Mariano Tomatis, viaggio controcorrente tra le storie di sei ribelli vissute tra 1700 e 1800 che hanno piegato il paranormale a loro vantaggio, usando la magia nell’ottica di un originale femminismo psichico. Come Hersilie, donna indipendente, affermata compositrice e apprezzata maestra di pianoforte a Parigi, rinchiusa dal fratellastro in manicomio, all’età di 40 anni, con il pretesto accampato di “anomalie comportamentali” a causa del suo interesse per lo spiritismo e il magnetismo animale. Per quattordici anni, confinata e declassata socialmente in sei differenti strutture sanitarie, dall’Hôpital Esquirol alla Salpêtrière, luogo simbolo degli studi sull’isteria, fino a Orléans, Hersilie subì l’isolamento, i sedativi e tutta una serie di violenze, compreso un falso certificato di morte inviato alla famiglia. Ma lei non volle mollare: per non sparire del tutto e perdere la propria identità, Hersilie riuscì a trasformare le tecniche di illusionismo ereditate dal padre in codici di resistenza: comunicava attraverso messaggi segreti, assumeva identità fittizie come “Madame Pulcinella”, facendosi guida e voce dell’emancipazione delle altre internate. Scrisse persino un diario-denuncia dei soprusi subiti utilizzando il proprio sangue, diventando una pioniera della critica al sistema manicomiale. Grazie all’aiuto del direttore Le Normant e alla successiva mobilitazione di figure politiche come Gambetta e Favre, Hersilie ottenne la scarcerazione nel 1868 e un indennizzo statale nel 1878, arrivando a incrinare e far modificare la legge francese del 1838 sull’internamento manicomiale.
UNA METAFORA DI RESISTENZA

Ecco che, a poco più di quarant’anni dalla riforma Basaglia, la vicenda della pianista si rivela una profezia di straordinaria attualità. La sua storia rivive sul palco come metafora di resistenza: una donna in gabbia che, proprio come le Clarisse di “La semplicità ingannata”, non smette mai di rivendicare la propria identità. Cuscunà ridà voce a una” invisibile” che, in clamoroso anticipo sui tempi, ha cambiato la storia: la magia, così, rende visibile il rimosso, e tra illusionismo, sedute spiritiche e tradizioni popolari, come le guarattelle napoletane, “La Medium” prova a offrire alle donne “invisibilizzate” nuovi corpi in cui materializzarsi.
Coprodottto dal Piccolo Teatro di Milano, dal CSS di Udine, dal Centro Teatrale Bresciano e dallo Stabile di Bolzano con la produzione di Etnorama, lo spettacolo si avvale delle scene di Paola Villani, dei costumi di Chiara Venturini, del disegno luci di Luigi Biondi e delle architetture sonore di Mauro Martinuz e Michele Braga, con Marco Rogante e Giusi Merli.
