Otto donne che parlano, si spogliano, si confessano. Senza sguardi maschili, che restano fuori dal teatro. Per parlare di femminismo, rivalsa, umiliazioni, senso di colpa, determinazione. Ma senza pesantezze. Anzi. Con un guizzo di sana ironia e allegria, per vivere un “esperimento-sabba-pigiama party-happening” indefinibile, condividere pensieri, parole e corpi, e uscire, finalmente, dai binari della cultura patricarcale che ancora circonda le donne e insegna loro a limitare i desideri, a mettersi in disparte, ad accettare le invasioni di campo maschili. Nasce da qui “Svelarsi – evento per sole donne (cis, trans, non binary)” , in scena all’Ambra Jovinelli di Roma (9-10 novembre) e al Teatro del Parco di Mestre (11 novembre), un evento fuori dal comune scritto collettivamente da otto attrici dirette da Silvia Gallerano e prodotto da Michela Cescon con il suo Teatro di Dioniso, con l’organizzazione di PAV nell’ambito del progetto Fabulamundi Playwriting Europe.

“Un lavoro davvero speciale che portiamo avanti da quasi 5 anni – spiega l’attrice e produttrice trevigiana, che destinerà il ricavato della serata di Mestre al Centro Antiviolenza locale – e dedicato alle donne, soprattutto le più giovani, che devono poter avere momenti di confronto in un luogo sicuro come può essere un teatro. Mi piacerebbe moltissimo portarlo nella mia Treviso, anche se per ora il Veneto fatica a rispondere, nonostante lo spettacolo, a Roma Milano Torino e Napoli, abbia registrato sold out con file di donne all’ingresso”.

In scena Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini e la stessa Gallerano (con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano): i loro corpi “svelati” si mostrano così come sono, con i loro chili, i nei, i peli, la cellulite. Sono nude, in lingerie bianca, in vestaglia, e raccontano alle spettatrici, con ironia e disarmante sincerità, le loro umiliazioni, il senso di inadeguatezza, le insicurezze, ma anche la rabbia per le ingiustizie subite, i pregiudizi, il sentirsi perennemente in ritardo, sempre esaminate o in competizione oppure invase da richieste, sensi di colpa, quando non si è “abbastanza” belle, magre, in forma, adeguate, intelligenti. Vissuti condivisi: dopo tutto quel senso di colpa appartiene a tutte.

LA CHIAMATA. E NIENTE SGUARDI MASCHILI

Ma “Svelarsi”, più che un pigiama party tra donne o collettivo femminista, vuol essere un “rito propiziatorio”, anzi, “una chiamata”, come precisa Gallerano, per potersi riappropriare degli spazi negati dal patriarcato. Partendo proprio dal corpo, “così come lo guardiamo allo specchio quando ci svegliamo. Prima di camuffarlo per camminare in mezzo agli altri. Ecco, noi ci spogliamo proprio. I nostri pezzi li mostriamo tutti. E come i nostri corpi mostrati a pezzi, così si presenta il lavoro. Una composizione di quadri, fatti di immagini e parole. Una successione di tappe, per arrivare ad assemblare i giusti pezzi, per trovargli collocazione. Per trovargli visione”.

Di qui la necessità di lasciare fuori lo sguardo maschile, non tanto per un desiderio di esclusione degli uomini, bensì per fare a meno di “un tipo di sguardo predatore, giudicante, sminuente. È uno sguardo che abbiamo tutte e tutti in diversa misura, è il frutto della nostra società fondata sulla supremazia maschile, secondo la quale chi non è maschio è meno: meno autorevole, meno importante, meno interessante. E come fare a levarselo di dosso? Noi abbiamo immaginato questo esperimento: creare un tempo e uno spazio in cui dei corpi femminili si trovano in una condizione anomala, non quotidiana. Per farlo ci concentriamo sui nostri corpi e sulle storie che si portano dentro”.

Confida infine Gallerano che “le donne che hanno assistito al nostro lavoro ci hanno detto tutte la stessa cosa: che era una novità e un piacere il fatto di essere solo tra donne. Che questo permetteva una partecipazione al lavoro senza filtri, senza preoccupazione per il giudizio altrui, più spontanea. È qualcosa di cui non si parla molto, perché svela una debolezza, ma molte donne sono attanagliate dal giudizio maschile: giudizio sul proprio corpo innanzi tutto. Eliminare questa condizione quotidiana fa emergere quanto questo giudizio conti, quanto lo abbiamo introiettato dentro di noi, quanto ci limita e condiziona nella vita di tutti i giorni. Perché viviamo ancora in una società patriarcale e trovarsi tra noi e ricordarsi che non siamo sole rimette la prospettiva di sé a posto. Perché ogni tanto bisogna osare esperimenti, anche scomodi, per scardinare i nostri stessi punti di vista”.

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