OLINDO RAMPIN – Siamo al Teatro Valli di Reggio Emilia e appena inizia Témoin, lo spettacolo del Collectif Fair-e / CCN de Rennes e de Bretagne firmato da Saïdo Lehlouh, inserito nella stagione di danza de I Teatri, veniamo subito trasferiti dalla città di provincia padana in una strada di Londra, di Parigi, di Los Angeles, negli anni Settanta, o Novanta, o nel decennio successivo. O forse invece siamo nella provincia settentrionale francese, a Rennes, in Bretagna, dove evidentemente si danza anche così, benché i venti interpreti formino, come spesso le compagnie di danza nord europee, un attraente mosaico di origini e discendenze diverse, europee ed extraeuropee. Quei volti, quei corpi, le fogge dei capelli, dei copricapi, gli abiti, anch’essi mescolati in una ispirata casualità, sono parte del linguaggio e del piacere dello spettacolo, e devono essere, quindi, almeno parzialmente menzionati.

ph Le Kabuki

Una danzatrice ha una coda di cavallo lunghissima che sembra quella di un armatore malese in un romanzo d’avventure, un’altra ha in testa un fez da cui esce una nuvola di ricci densi come una parrucca, un’altra ancora ha un giubbetto nero e corto di pelle sopra una maglietta bianca, e in alcune sue movenze sembra una torera. Dei danzatori, alcuni sono alti come giocatori di basket, altri sono bassi, o lo sembrano al confronto, uno ha un’acconciatura lunga e fuori moda, un altro ha una tinta di capelli iperbolicamente bionda, un altro ancora le braccia grosse e muscolose come un pugile. Anche questa identità spuria, antiballettistica, è parte della natura stradaiola della loro danza. Al tempo stesso, vediamo bene che questi danzatori guidano i loro atti corporei con millimetrico controllo. La compresenza di queste diverse percezioni è anch’essa parte della riuscita dello spettacolo.

ph Le Kabuki

Questa comunità di ragazze e ragazzi è illuminata nervosamente, secondo un disegno in cui si alternano tenebre, penombre e improvvisi bagliori. Le luci, estranee a un teatralismo forbito, creano l’ambiente suburbano in cui vive un’anti-città ribelle, con la sua ansia di vita, le sue rabbie improvvise. E’ una luce pulviscolare, in cui sembra raggrumarsi la polvere dei quartieri ghetto, l’aria irrespirabile di una città che esclude. Luce e ombra sono quasi sempre i due poli in cui si compongono le sequenze danzate. Ma chi resta nel cono d’ombra è destinato a uscire per riprendersi lo spazio illuminato.

I gruppi di interpreti si raccolgono in capannelli, estranei ai cerchi di luce, e all’improvviso corrono da un lato all’altro del palco. Altre volte tutti insieme sciamano a diverse velocità, ora in modo composto ora con irruenza. Altre ancora si dirigono frontalmente verso il proscenio, quasi a voler richiamare il pubblico a guardarli negli occhi, ad accorgersi più intensamente di loro. Queste corse fanno parte a pieno titolo della coreografia, pur nella loro apparente spontaneità, e ci sembra che rappresentino l’ansia, la rabbia, la volitività di queste giovinezze in un contesto urbano lontano e indifferente. Sembrano reclamare il diritto alla città, a viverla, a non esserne solo ospiti.

ph Le Kabuki

La danza vera e propria appare spesso come la traduzione improvvisa di un’urgenza, colata di lava che non deve e non vuole comporsi in una scelta formale compiuta, perché vi rimanga presente uno spessore metallico, un carattere nervoso. Sono scosse interne delle braccia, moti sismici delle gambe, che non vengono mai portati all’esibizione acrobatica come nella danza di strada in senso stretto, ne sono una versione ricomposta e come fusa nel bronzo, riattata in un materiale più trattenuto, sublimata in una grammatica essenziale. Le poche volte in cui gli assoli lasciano spazio a vere e proprie coordinazioni coreografiche di due, tre o quattro interpreti, si percepisce a posteriori con maggiore chiarezza come la dominante calcolata spontaneità di questa sintassi corporea tenda al suo fine, e lo raggiunga, quando resta in equilibrio difficile tra strada e teatro, tra irruenza e ricomposizione. La discesa degli interpreti dal palco, alla spicciolata, lentamente e singolarmente, alla fine dello spettacolo, è la tappa conclusiva, dopo la corsa in rettilineo verso il proscenio, di una volontà di contatto ravvicinato, quasi extra-teatrale. Di un’invocazione lieve, un richiamo all’ascolto, alla vicinanza, a guardarsi nei volti da vicino con gli spettatori. Le espressioni cordiali con cui avviene questo ultimo passaggio danno al finale la cadenza di un adagio che tempera la veemenza e l’irruenza del discorso corporeo nel suo insieme.

TÉMOIN

coreografia Saïdo Lehlouh
interpreti: due formazioni di venti danzatrici e danzatori in alternanza, con Ndoho Ange, Mehdi Baki, Kaê Brown Carvalho, Hugo Burtel, Audric Chauvin, Lorenzo Da Silva Dasse aka Ds, Suzanne Degennaro, Marina de Remedios, Hugo De Vathaire, Jerson Diasonama, Sofiane «Double So» El Boukhari, Dylan Eusebe aka Buzz From Pluto, Chris Fargeot, Johanna Faye, Evan Greenaway, Théodora Guermonprez, Linda Hayford, Marvin Kemat aka Zulu, Karim Khouader aka Karim KH, Kïne aka Young Wrestler, Kristina Kunn aka Krissy Sow, Odile Lacides, Oscar Lassus dit Layus, Timothée Lejolivet aka Timo, Amiel Mampouya aka El Mielo, Anaïs Mauri aka Silent, Sarah Nait Hamoud aka Sarah NH, Mounia Nassangar, Émilie Ouedraogo Spencer aka Wounded, Filipe Francisco Pereira Silva, Mathias Rassin aka Thias, Mathieu Rassin aka Thieu, Mattéo Raoelison aka Rao, Lumi Sow, Raphaël Stora, Timotkn, Clarisse Tognella, Lorenzo «Sweet» Vayssière, Aisi Zhou aka Joyce

disegno luci Tom Visser, Gwendal Malard
musica Mackenzy Bergile (compositore), Raphaël Henard (dramaturg musicale)
stilismo Johanna Faye
costumi Lydie Tarragon

creazione Compagnie Black Sheep
produzione Collectif FAIR-E / CCN de Rennes et de Bretagne
coproduzione Théâtre de la Ville (Parigi); Théâtre National de Bretagne (Rennes); Maison de la Danse (Lione); Le Cratère – scène nationale (Alès); Charleroi Danse, centre chorégraphique de Wallonie (Bruxelles); Château Rouge (Annemasse); tanzhaus nrw (Düsseldorf)
foto in evidenza di David Le Borgne

Teatro Valli (Reggio Emilia), 24 ottobre 2026

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