CHIARA PAVAN – In isiXhosa, “mamela” significa ascoltare, focalizzarsi, prestare attenzione o semplicemente “guarda qui”. Fedele all’etimologia del suo nome, Mamela Nyamza non ha mai smesso di lottare per farsi ascoltare. Con lo strumento della danza. Una danza che fonde le sue radici afro con la classica, la moderna, il jazz, abbracciando gumboot e butoh per parlare una nuova lingua. Tanto più per lei, nata nel 1976 in pieno Apartheid sudafricano, in un ghetto di Città del Capo, un universo non pensato per i neri, soprattutto nella danza: ha trascorso decenni sentendosi dire che era “troppo nera”, “troppo maschile”, “troppo alta”, “con il sedere troppo pronunciato e i piedi troppo lunghi”. Neanche i capelli erano “giusti”. Ma lei ha danzato e creato esattamente ciò che le piaceva.
“Sto cercando di creare libertà – diceva – perché siamo sempre costretti a fare le cose nel modo in cui ci è stato insegnato, nel modo in cui le cose devono essere fatte. Quindi, sto cercando di riappropriarmi di qualcosa che abbiamo studiato.”
Non è un caso che il direttore Wayne McGregor, per il suo Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, abbia voluto premiare la danzatrice, coreografa, curatrice, regista e attivista sudafricana con il Leone d’Argento 2026 “per la sua capacità di evolvere il linguaggio della danza, traducendolo in una forma di resistenza attiva e in una dichiarazione di liberazione dei corpi dai condizionamenti sociali”.
“Quando ho saputo del Leone – ha detto Nyamza in una recente intervista – ho pianto. “Wow, qualcuno là fuori sta guardando!”. Sudavo. Non ho mai ricevuto un riconoscimento del genere. Lo dedico ai miei parenti defunti e alle giovani che vogliono affermarsi nella coreutica. Se ce l’ha fatta una ragazza nera queer di Gugulethu (un ghetto durante l’apartheid, tra il 1948 e il 1991, ndr) possono farcela tutti. “Creating access without prejudice” (“Garantire accesso senza discriminazioni”) è il mio mantra. Spero che arrivi luce ad altre artiste emergenti: le donne sono quelle che soffrono di più, non hanno molti spazi né sostegno. Io, per esempio, ho creato nel mio appartamento, non in uno studio: in sala da pranzo, in garage… Eppure non ho mollato, e le difficoltà mi hanno resa più forte”.
GREGGE SENZA LEADER
A Venezia, in prima europea, Nyamza presenterà “Herd/less” (19 e 21 luglio), opera cheesplora il doppio significato del termine “gregge”, simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione. “Herd vuol dire gregge – ha detto – ma io alludo a un gruppo di persone che si muove come pecore, non conoscendo la direzione e non avendo i leader migliori alla guida. Proprio quel che sta succedendo oggi: questo è il messaggio. I bastoni che usiamo nello spettacolo sono simboli: di armi, di religione, di cultura… E un’arma è qualcosa che può proteggerci e, allo stesso tempo, distruggerci”.
Per lei la pratica artistica è un atto di scrittura corporea. “Non scrivo la mia tesi con la penna, ma con il corpo sul palcoscenico – ha sempre detto – La produzione parla a chiunque si sia sentito in conflitto riguardo alla propria identità e al proprio posto nello status quo”. E Nyamza l’ha sempre raccontato con coraggio, sin da quando, giovanissima, co-creò e si esibì in “The Dying Swan” alla prestigiosa Alvin Ailey di New York, usando la musica di Camille Saint-Saëns assieme ai tamburi africani, decostruendo il linguaggio del balletto per adattarlo alle storie africane. “Il solo fatto che le scarpette siano bianche o rosa – e così i tutù – mentre noi abbiamo la pelle scura, rivela che non eravamo previste in questo universo”.

Anche in “Herd/less” le scarpe da balletto indossate “rappresentano il colonialismo, il mondo occidentale, la costrizione — ha spiegato l’artista alla prima mondiale dello spettacolo, al teatro Baxter di Cape Town – sono come strumenti di oppressione. I tutù bianchi rappresentano il matrimonio e il mondo del balletto in generale, e come le ballerine nere non potessero inserirsi su quel palcoscenico. Volevo mostrare che chiunque può danzare, indipendentemente dalla produzione a cui desidera partecipare”.
“NOI ARTISTI SIAMO COME GUARITORI”
Dall’emozionante assolo del 2008 “Hatched”, che la rivela al mondo, poi rielaborato anche per ensemble, ad “Afro-fusion”, “Isingqala” e “Amafongkong, I Stand Corrected” e “19-born-76-rebels”, “Black Privilege” e “GroundeD”, Nyamza crea le sue narrazioni profondamente personali e politiche accendendo i riflettori su questioni traumatiche come lo stupro correttivo inferto alle lesbiche sudafricane o le rivolte e il massacro di Soweto del 1976, attingendo alla sua vita e alla sua educazione a Gugulethu.
Danzare, per lei, “è vita – come ha dichiarato – È amore. È libertà. Persino la paura scompare: quando ti connetti con il pubblico, sei altrove. È energia che si muove e si trasferisce a chi ti osserva. Penso che noi artisti siamo dei guaritori: con le nostre creazioni guariamo noi stessi e la società. Creando coreografie che contengono determinati messaggi – contro i crimini d’odio come il mio “I Stand Corrected”, contro la violenza di genere come “Black Privilege”, contro la discriminazione come “Hatched Ensemble” – le opere possono avere un impatto su chi nel pubblico ha vissuto esperienze simili”.
E per lei, bimba cresciuta in un ghetto che inizia col balletto classico a 8 anni alla Zama Dance School di Gugulethu, la sua città natale, “danzare rappresenta un’esperienza incredibile: con la pioggia o con il sole, scalza, correvo per le lezioni. Indossavo il costume da bagno, non potendo permettermi un body – ha raccontato – Eravamo tutti bambini neri gioiosi: ero ben lontana dall’idea che potesse trasformarsi in un mestiere”. Ma a 17 anni, grazie a una borsa di studio, arriva alla Pretoria University of Technology dove si diploma, per poi approdare, sempre con una borsa di studio, alla Alvin Ailey New York School of Dance, tempio della danza contemporanea.
Lì inizia il suo percorso artistico di decostruzione dei metodi tradizionali e della logica del balletto e della danza contemporanea. Il suo lavoro indaga tematiche politiche, sociali e di genere. Parla di mercificazione del corpo femminile, di donne ammazzate (in “Kutheni” su Eudy Simelane, calciatrice lesbica stuprata e uccisa per l’orientamento sessuale, ndr), dei disagi che si affrontano nel quotidiano, di politica (in “19-Born-76-Rebels” sul massacro di Soweto nel 1976), ispirata dal suo personale che poi “si espande verso ciò che mi circonda”.
LA MADRE ASSASSINATA
Anche la storia della madre, assassinata dal compagno, è entrata nella sua creazione, come ha raccontato in molte interviste. “Mamma mi ha ispirato parecchio. Era una donna così liberale. Nella sua vita sono successe molte cose. Ha deciso di andare a vivere, in un certo senso, come una bohémienne. Così, era assente nella mia vita e la danza ha riempito quel vuoto per me. E poi, mentre stavo crescendo, mia madre è stata uccisa da un uomo. Aveva 44 anni. Così ho incorporato alcuni suoi movimenti nelle performance. Era una maniera per connettermi con lei sul palco, soprattutto quando eseguivo l’assolo “Hatched”. Ma le mie domande non hanno ancora risposta. Perché le donne vengono uccise? Il mio lavoro tratta sempre di queste questioni riguardanti le donne, il coinvolgimento delle donne, la libertà delle donne, perché sentivo che mia madre non era libera. Sentivo che non poteva volare e essere un uccello. E sentivo di vivere la sua vita. E come persona spiritualmente risvegliata, sento che lei sta parlando attraverso di me… per affrontare le questioni che stanno accadendo e che sono accadute nella sua vita… Racconterò storie che hanno importanza per me e per le donne in questo paese”.

