CHIARA PAVAN – Il loro nome, Bangarra, è una dichiarazione di intenti: tradotto, significa “fare fuoco”, e i loro spettacoli sono fuoco e potenza, un inno alla forza ancestrale della terra dove movimento, musica e poesia esaltano un patrimonio antichissimo, la cultura aborigena, tramandato di generazione in generazione. Una danza, la loro, in connessione profonda con paesaggi, ritmi, simboli di tradizioni ancestrali.
È proprio questa originale compagnia australiana, interamente composta di danzatori aborigeni, a conquistare il Leone d’Oro alla Carriera 2026 del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Il premio sarà consegnato il 26 luglio alle 12 a Ca’ Giustinian dal direttore del settore, Wayne McGregor, deciso quest’anno a “dare risalto e sostenere artisti e compagnie straordinarie che hanno provocato un cambiamento epocale nella nostra comprensione della danza e del contesto culturale in cui viene eseguita. La loro integrità, la loro passione, il loro impegno e la loro forza hanno spesso portato a cambiamenti radicali, superando grandi sfide e resistenze”.

ODE ALLA TERRA D’AUSTRALIA

Bangarra presenterà a Venezia una delle sue opere più celebri e premiate, “Terrain” (25 e 26 luglio): per l’Europa è una prima assoluta, per la compagnia uno dei lavori fondamentali, creato 14 anni fa dopo altrettanti di battaglia legale in difesa del grande lago salato Kati Thande-Eye, il più grande al mondo, luogo unico per la sua biodiversità, meta turistica e spazio sacro per il popolo Arabunna, i custodi tradizionali della terra, gli unici che vi hanno accesso per la caccia, la pesca e le cerimonie tradizionali.
Terrain” si ispira alla sua bellezza senza tempo e alla sua vastità: coreografato da Frances Rings con i suoi diciotto danzatori, lo spettacolo si sviluppa attraverso nove quadri che evocano la forza del corpo e della terra, esplorando la profonda connessione dei popoli delle Prime Nazioni australiane con il loro humus, un paesaggio che diventa una seconda pelle, custode di antichi saperi, oggetto di cura, protezione, preservazione per le generazioni future.

LA VULNERABILITA’ DEGLI ECOSISTEMI

Terrain parla della potenza della natura e della vulnerabilità degli ecosistemi all’interno del paesaggio che si evolve dalla sua creazione – spiega Rings in una recente intervista a Esquire ogni mutamento ha, per noi, significato profondo”. I nove quadri tracciano anche i mutamenti climatici ed emotivi del paesaggio, passando dalle distese di fango essiccato alle piogge torrenziali. Nello stesso tempo “Terrain” mostra anche momenti di lotta indigena, di costruzione dell’identità e dell’eredità da trasmettere.

I nove movimenti sono tematicamente legati, e ciascuna sequenza rappresenta una riflessione sul tema: ad esempio, “Scar” interroga l’impatto delle azioni umane, “Deluge” traccia i poteri rigenerativi della pioggia mentre “Spinifex” si ispira agli alberi attorno al Lago Eyre, con rami che spuntano dai cappelli delle danzatrici e le gonne ampie richiamano la vegetazione secca. “Guardate le acque salire e scendere – scrive Bangarra nella presentazione dello spettacolo – mentre ci riconnettiamo con l’energia della terra e lo spirito resiliente delle persone che hanno a cuore il loro futuro”.

OPERA IPNOTICA

Terrain” è un’opera ipnotica e visivamente coinvolgente costruita su duetti, terzetti e gruppi di danza dove i ballerini si muovono in gruppi interconnessi che si contraggono e si espandono, rispecchiando così la crescita e la potenza della natura. La colonna sonora di David Page è un punto saliente di questa performance. Il paesaggio sonoro di “Terrain” è infatti un’opera d’arte che intreccia suoni della natura, pezzi classici e techno sperimentale con una gamma di elementi vocali, tra cui canti e discorsi e le grida improvvise dei danzatori.

La vastità del Lago Eyre viene poi stilizzata negli scenari di Jacob Nash, illuminati “immersivamente” da Karen Norris che avvolge il pubblico nei cicli mutevoli della terra .I costumi di Jennifer Irwin sono una fantasia di texture e colori: ogni indumento è un tributo dettagliato al paesaggio di Kati Thunda. Il tutto nato dopo aver consultato l’anziano Arabunna Reginald Dodd, che ha condiviso con Bangarra il suo ruolo e la sua voce nella cura della terra, delle acque e delle preziose risorse culturali della regione. “Se osservi semplicemente i piedi di un artista indigeno e il loro rapporto tattile con il suolo, comprenderai il legame che una persona indigena ha con la terra – dice Rings – la cultura indigena ha ancora tanto da insegnarci”.

DALLE TRADIZIONI ALLE OLIMPIADI

Nata nel 1989 per volontà di Carole Johnson e dal 1992 al 2023 guidata da Stephen Page, Bangarra è stata invitata a inaugurare i Giochi Olimpici di Sydney nel 2000, imponendosi ben presto sui palcoscenici del mondo, rivelandosi una delle più autentiche ed innovative compagnie australiane.
Stephen Page, membro dei popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e della nazione Yugambeh Munaldjali, fino al 2022 ha plasmato la formazione creando un corpus storico di oltre ventisette opere, trasformando così il panorama delle arti performative australiane e catapultando Bangarra sulla scena mondiale come narratore contemporaneo delle Prime Nazioni. Un lascito che dal 2023 raccoglie la pluripremiata coreografa Frances Rings, discendente della tribù Mirning della costa occidentale dell’Australia Meridionale. Sotto la sua guida come direttrice artistica la compagnia continua la missione di promuovere consapevolezza e valorizzazione delle culture indigene.

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