Il corpo racconta storie che si iscrivono nella memoria dell’umanità: sono le storie di apartheid e discriminazioni che hanno segnato la vita della coreografia sudafricana Mamela Nyamza, Leone d’argento alla 20. edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Sono i traumi della guerra raccontati da “What is war” di Eiko Otake e Wen Hui, sono le fratture nella vita di un paese che affiorano in “Làhppon/Lost” di Elle Sofe Sara, oppure le radici sepolte che segnano le esistenze, come svela Soa Ratsifandrihana in “Fampitaha, fampita, fampitàna”. Ma sono anche i corpi “politici” del libanese Omar Rajeh, i corpi che giocano con l’illusione di Andrea Salustri, quelli che sfidano le leggi della natura di Kalle Neo e Fernando Melo, e infine i corpi che diventano strumento di indagine sulla danza di Adam Linder.
Wayne McGregor, direttore del festival veneziano, ha deciso di indagare queste complessità pensando al fluire dei corpi nel tempo. Di qui il titolo “il tempo non esiste” ideato per l’edizione 2026, volto a scandagliare i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, “incoraggiandoci a riflettere e a percepire il nostro legame con la vita – un invito a cambiare il modo di relazionarsi e di essere”. E in un programma ricco di eventi, con 140 artisti per più di 60 appuntamenti lungo l’arco di due settimane (17 luglio – 1 agosto) con 9 prime assolute, 3 prime europee, 8 prime italiane, McGregor ha individuato una serie di sguardi sul “corpo”, come strumento di analisi storica e politica, in grado di riflettere attentamente sull’epoca in cui stiamo vivendo.
I PROTAGONISTI

Ecco allora il corpo come forma di documentazione storica, sociale e politica della coreografa e regista lappone Elle Sofe Sara, che in “Láhppon/Lost” (22 e 23 luglio) riecheggia un episodio cruciale della storia Sami, la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata, per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. Lo spettacolo vuol essere un’espressione fisica e politica focalizzata sui sentimenti di paura, ingiustizia e speranza. Elle Sofe Sara, che trova fonte di energia nella nella cultura Sami e nella natura totalizzante della Finnescandia delle sue origini – alla confluenza tra Norvegia, Russia, Finlandia e Svezia – dirige 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir. “Spesso mi chiedono come dovrebbe essere definito o visto il mio lavoro: è danza, è una performance, un concerto, teatro o cosa? Nella mia opinione, non è necessario definire. Basta solo lasciarsi trasportare e vivere l’esperienza”.
Con la coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, che ha alle spalle studi con De Keersmaeker e Charmatz, prima di fondare la compagnia Kintana a Bruxelles nel 2025, arriva a Venezia, in prima italiana, “Fampitaha, fampita, fampitàna” – si traduce approssimativamente in “confronto, tradizione e competizione” – potente performance che esplora il corpo, la memoria, il patrimonio e la trasmissione della conoscenza (17 e 19 luglio). Sul palco quattro corpi che sfidano la violenza coloniale che li ha plasmati nel corso degli anni: il lavoro di Soa Ratsifandrihana traccia, attraverso coreografia e musica, le diverse narrazioni della vita nella diaspora di Haiti, Martinica, Guadalupa. Insieme a un chitarrista e due performer, intraprende un viaggio tra il Madagascar e vari continenti, alla ricerca della storia di origine, movimento, memoria e del loro lascito. Ratsifandrihana e il suo ensemble riescono a rendere palpabile il potere dell’autodeterminazione e della connessione. Per ricordare che la diversità culturale non è una minaccia, ma una realtà vissuta in Europa.

I corpi in movimento come atto di esperienza condivisa e di aggregazione sono al centro di Dance People di Omar Rajeh, coreografo libanese di stanza a Lione dal 2020 e ormai figura centrale per la diffusione e lo sviluppo della danza contemporanea in Libano e nel mondo arabo. Il suo nuovo lavoro, in scena il 23 e 24 luglio ore 21 a Mestre, al Parco Albanese, è uno spettacolo “non da osservare a distanza – come dice Rajeh – ma un gesto da condividere, uno spazio da abitare”. Rajeh reinventa il teatro come territorio condiviso, dove lo spettatore è parte integrante, libero di muoversi e di modellare insieme ai danzatori lo spettacolo. Dopo tutto, qual è lo spazio della democrazia, della cultura, dell’identità? Come si apre uno spazio, come lo si protegge, come lo si abita insieme? Attraverso questa lente, il lavoro di Rajeh diventa un gesto politico e critico, che interroga potere, comunità e convivenza, e mette in luce la danza come spazio di dialogo e resistenza.

TEMPO, ILLUSIONI IPNOTICHE E MAGIE
C’è poi il corpo che plasma illusioni: Andrea Salustri, artista formatosi alle arti circensi e coreografiche, e vincitore alla Biennale del bando nazionale per una nuova coreografia insieme a Oli Mathiesen (atteso il 23 e 24 luglio alle Tese alle 18 con Just between me and Jesus), nei suoi spettacoli usa la danza come strumento per rendere visibile l’invisibile, anche solo per un istante. E con Invisible (21 ore 21.30 e 22 luglio ore 19 Tese dei Soppalchi) Salustri si interroga sul confine tra ciò che è percepibile e ciò che sfugge alla percezione, concentrandosi su agenti immateriali come aria, luce, fumo, vento, nebbia.
Corpo, movimento e ipnotiche illusioni sceniche possono poi modificare il tempo con l’artista finlandese Kalle Nio e il coreografo brasiliano di stanza in Svezia Fernando Melo.E in Tempo (24 luglio ore 20 e 25 luglio ore 19 Piccolo Arsenale) i due artisti fondono teatro visivo, cinema sperimentale circo contemporaneo, pronti a dissolvere le leggi della natura guidando la danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, il performer italiano Luigi Sardone e l’acrobata svedese Winston Reynolds. Pure l’australiano Adam Linder, attivo tra Los Angeles e Berlino, riflette sul processo che porta i corpi a diventare strumenti tecnici per la danza. E in Drip Tekhne, concepito in stretta connessione con i dieci interpreti, residenti all’Opera Reale di Copenhagen, Dansk Danseteaters (30 luglio ore 21 e 21 luglio ore 19 Teatro alle Tese), i corpi si trasformano in una comunità danzante. Linder si interroga su come la nostra fisicità venga plasmata in un mondo sempre più virtuale, offrendo un’estetica che intreccia movimento, cultura pop, musica, arte visiva, architettura e moda.
