CHIARA PAVAN – Si salutano e si abbracciano con gioia, come compagni di classe che si ritrovano dopo moltissimi anni: qualcuno li chiama i “top class” della danza contemporanea, e non a torto. Con la loro passione, il loro sguardo e soprattutto la loro visione, hanno “plasmato” i festival internazionali della Biennale sin dal 1999, anno in cui la danza, con Carolyn Carlson prima direttrice artistica, è entrata a far parte stabilmente dell’istituzione veneziana. Per ripercorrere la storia della kermesse, il direttore Wayne McGregor ha così invitato in laguna i colleghi che l’hanno preceduto: tutti insieme per festeggiare il 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, intitolato ”Time do not exist”, e i 27 anni dall’inizio ufficiale della sezione. Ci sono il leggendario coreografo e regista belga Fréderic Flamand, alla guida del festival nel 2003, quando lo “mescolò” con quello di Arti Visive; l’indomabile Karole Armitage, la “punk ballerina” che nel 2004 ideò a Venezia il potente “ABCD – La grammatica universale del corpo”; poi il “filosofo dell’umano” Virgilio Sieni, al comando dal 2013 al 2016, dopo il doppio mandato di Ismael Ivo (dal 2005 al 2012), mancato nel 2021 a causa del covid; quindi la canadese Marie Chouinard, altra raffinatissima e rigorosissima danzatrice e coreografa che dal 2017 al 2020 si impegnò anche a sostenere i giovani artisti italiani, facendo nascere il College per coreografi. E infine l’attuale “custode” del settore, Wayne McGregor, che per celebrare il traguardo della 20. edizione ha ideato una grande installazione filmica immersiva, “Life Lines” , in programma fino al 1. agosto nella Sala d’Armi dell’Arsenale: un viaggio nella storia del Festival attraverso i preziosi materiali conservati nell’Archivio, un intreccio di immagini, gesti e corpi che svelano vent’anni di ricerca, sperimentazione e innovazione rendendo “omaggio ai risultati raggiunti dal Festival e dai suoi artisti nel corso delle diverse edizioni”.

LE VISIONI
Un incontro ricco di ricordi, quello del 20 luglio nelle sale dell’Archivio Storico della Biennale, scelto non a caso per ribadire la necessità di lasciare “memoria” di ciò che è stata e continua ad essere la danza per l’ente. Ma anche un momento di condivisione di pensieri e sguardi tra questi direttori che a Venezia hanno creato personalissimi “festival d’autore” continuando, col loro lavoro, a segnare la danza contemporanea mondiale. “C’è un filo che li lega tutti – ha osservato la studiosa Elisa Guzzo Vaccarino introducendo gli ospiti – molti sono stati performer alla Biennale prima di diventarne direttori: la prima, Carolyn Carlson, ad esempio, invitò Ismael Ivo con il suo “Mapplethorpe”, Frèderic Flamand chiamò Wayne McGregor, e poi Marie Chouinard con i suoi lavori entrati nel repertorio di importanti compagnie: questa continuità permane”. “La danza – ha fatto eco McGregor – è sempre stata un atto di trasmissione, è sempre stata legata alla nozione di archivio, perché il corpo è un archivio. Tutti i nostri corpi portano in loro il nostro archivio personale. Hanno un’intelligenza somatica che viene rilasciata in un modo particolare e la condividiamo sempre, anche nelle più semplici conversazioni, in ogni nostra azione. Ma, allo stesso tempo, un archivio di danza è esso stesso un corpo, e questo è uno degli aspetti sui quali abbiamo lavorato di più”.

IL CORPO
È proprio il corpo al centro della riflessione di questi artisti che continuano a interrogarsi sul ruolo della danza oggi, esplorando le sue potenzialità espressive e comunicative in un mondo sempre più digitalizzato e distante, cercando di toccare temi forti come identità, inclusione e resistenza. C’è il rapporto corpo-città nell’analisi di Flamand, che nel suo “mandato” volle incrociare la danza con il festival delle Arti Visive: “Ricordo la bellissima energia che si era sviluppata, la città ne era il fulcro, ma il corpo era il vettore di questa energia. È stata una scoperta”. C’è poi il corpo “libero di muoversi nella sua purezza” di Armitage, decisa a scoprire “il modo in cui si usa, che per me deve essere fluido: non bisogna pensare alla tecnica, ma lasciare fluire la danza”. C’è anche il corpo “politico” di Sieni, pure lui attento a “ricostruire una geografia emozionale della città” durante la sua direzione, partendo da un “gesto che possa esprimere l’idea dell’infinito”. Come dire: “La danza ci permette di riconoscerci nell’altro – ha precisato – Di guardare l’altro stando anche nel suo dolore. E il corpo, se lo ascoltiamo, ci dice tutto: ci insegna la legge della democrazia, spiegandoci che le cose infinitesimali hanno il loro peso”. E che dire del corpo che dona “momenti di grazia”? Chouinard l’ha sempre cercato nei suoi anni veneziani, “ho adorato poter creare una visione, e mi sono sentita libera di farlo per 4 anni: nelle opere che ho scelto ho messo il mio intuito, la mia passione, volevo donare agli spettatori quei momenti di grazia che ho vissuto io”. Alla fine, sono tutti “corpi ribelli” dentro una danza che vuole portarci altrove, spostarci dalle nostre zone di comfort, commuoverci, toccare l’anima: “Ne abbiamo bisogno – ha sentenziato Armitage – tanto più ora che tutto è ridotto a immagine”. Ma attenzione, “non ci sono regole nella danza – ha chiuso McGregor – La danza ci parla attraverso la molteplicità, attraverso linguaggi fratturati e ibridi. Il corpo diventa un luogo di negoziazione piuttosto che di certezza. Io ho fiducia nel corpo umano, che è la tecnologia più sviluppata: quello che capiamo con l’intelligenza del corpo è essenziale. Tutto parte da lì”. Visione e materia. O, per dirla con Sieni, “kairos”, l’istante supremo in cui accade qualcosa che trasforma. La danza si gioca lì.

