CHIARA PAVAN – E se il lavoro più profondo di un danzatore o una danzatrice iniziasse dopo i 40 anni? In un settore che celebra la giovinezza come apice dell’eccellenza artistica, una nuova compagnia sfida le fondamenta stesse su cui si basa la percezione dell’età, dell’arte e della rilevanza nella danza. Il suo nome è già una dichiarazione di intenti: WinnDance – dove “winn” sta per “When If Not Now”.

Il gruppo punta a rivoluzionare la visione dell’invecchiamento nella danza, rompendo le barriere degli standard convenzionali per dimostrare che l’arte, la passione e il talento non conoscono limiti temporali. Anzi, la maturità, per i ballerini over 40, diventa materia creativa, linguaggio poetico, forza immaginifica, ricerca della personalità e non della perfezione fisica. Una sfida al “tempo che non esiste”, proprio in linea col titolo che Wayne McGregor ha ideato per il suo Festival di Danza Contemporanea della Biennale 2026.

L’ETÀ PORTA ESPERIENZA, PROFONDITÀ E MATURITÀ ARTISTICA

Costituita a Stoccarda su iniziativa dei ballerini e registi Marijn Rademaker e Slava Tutukin, WinnDance – che debutta in prima mondiale sul palco del Teatro Malibran di Venezia il 31 luglio e il 1 agosto – accoglie artisti di livello mondiale ed ex étoiles delle più grandi compagnie di balletto e danza contemporanea che hanno calcato i palcoscenici del mondo. Tra questi l’étoile Diana Vishneva e la principal dancer dell’Opera di Amburgo Silvia Azzoni, insieme a Mara Galeazzi, Igone de Jongh, Marijn Rademaker, Kayoko Everhart, Silas Henriksen, Oleksandr Ryabko e Gil Roman. Un ensemble che riunisce interpreti dalla straordinaria esperienza artistica e provenienti da alcune delle più prestigiose compagnie internazionali.

L’età non è una limitazione, ma un potente espressione di esperienza, profondità e maturità artistica. “Abbiamo visto troppi artisti straordinari lasciare il palcoscenico nel momento in cui la loro voce diventa più potente – affermano Rademaker e Tutukin Winn vuole dare spazio a quel momento e permettergli di essere visto”. Ma sia chiaro, nessuna operazione nostalgia, né un tentativo di dimostrare che il talento non ha scadenza, né una sfida agli stereotipi in un mondo dove mediamente la carriera termina attorno ai 45 anni. “Spesso, nella danza, i performer sono condizionati a credere che il loro tempo diminuisca con l’età, nonostante il fatto che l’arte stessa diventi più ricca, più sfumata e più umana nel tempo – dicono gli ideatori – L’intelligenza emotiva che emerge attraverso decenni di creazione, disciplina, delusione, reinvenzione e resilienza non può essere insegnata in uno studio. È guadagnata attraverso la vita. E forse è proprio lì che risiede la vera arte. Winn sfida la narrazione consolidata secondo cui il picco fisico corrisponde al picco artistico. Al contrario, propone qualcosa di molto più ampio: l’evoluzione dell’artista è essa stessa meritevole di essere al centro della scena”.
Marijn e io abbiamo creato WinnDance partendo dalla convinzione che l’esperienza, l’arte e la profondità emotiva continuano a crescere nel tempo – chiude Tutukin Portare “Scirocco” al Teatro Malibran come parte della Biennale di Venezia e poi in un tour internazionale è un momento molto speciale per noi. Questa prima non riguarda solo una nuova produzione, ma la creazione di uno spazio per una conversazione diversa sull’età, la bellezza e il valore dell’esperienza vissuta nella danza e nella società”.

TRA THOMAS MANN E VENEZIA

La compagnia farà il suo attesissimo debutto a Venezia con la prima mondiale di “Scirocco”, progetto composto di due capitoli: “Death in Venice” e “Bridge of Sighs”, in co-produzione con la Biennale.
Ispirato a “La morte a Venezia” di Thomas Mann, il primo segmento presenta opere di celebri voci coreografiche come Imre van Opstal, Marnix van Opstal, Omar Román De Jesús e Rainer Behr. Qui lo scrittore anziano Gustav von Aschenbach affronta una crisi esistenziale, esplorata attraverso un immaginario dialogo interiore con il suo creatore.
La seconda parte, “Ponte dei sospiri”, firmata dal leggendario coreografo John Neumeier, evoca innumerevoli immagini: l’ultimo sguardo a una città amata, l’addio di un amante, il desiderio struggente di un passato irrecuperabile e l’assenza percepita come intensa presenza. I danzatori riecheggiano queste immagini attraverso una coreografia che crea un paesaggio emotivo al crocevia tra passato e presente. In una sorta di riflessione sulla danza e l’umanità che racchiudono perfettamente l’etica della compagnia.
Lo strumento della danza è il corpo umano, temprato, addestrato e accordato per articolare azioni fisiche che simboleggiano e di conseguenza plasmano emozioni profonde e talvolta enigmatiche – afferma Neumeier – Credo che la danza debba rispecchiare l’umanità. Il mio sogno è sempre stato quello di lavorare con un ensemble di artisti di diverse età, perché l’umanità (e quindi la danza) non dovrebbe essere limitata a un certo gruppo di età”.

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