OLINDO RAMPIN – Una delle ossessioni che attraversano la danza contemporanea è di ritrarsi, negando la propria identità come linguaggio. I cinque spettacoli che abbiamo visto a B.Motion, la rassegna del contemporaneo di Opera Estate Festival che si svolge a Bassano del Grappa a fine agosto, hanno mostrato quasi esemplarmente questa tendenza alla dissoluzione dei valori del linguaggio come struttura. L’asciuttezza formale può adottare un canone di stile fortemente “disadorno”, fino a promuovere come valore in sé un solo gesto, reiterato con pochissime varianti.

1. Soraya Leila Emery, Turn on

La canicola satura di umidità, la semioscurità della scena, l’obbligo di togliersi le scarpe, la scenografia di poltroncine di gommapiuma accatastate. L’esordio rende complessa la pronuncia di un “discorso” sul piacere al centro di Turn on della svizzera di origini marocchine Soraya Leila Emery, in scena con Donia Speaks e Lena Sophia Bagutti Khennouf. L’invito agli spettatori ad accendere la torcia dei cellulari, a girare intorno alla collinetta di poliuretani dove sostano le interpreti, a mangiare una caramella come atto di erotismo olfattivo e gustativo diffondono una percezione di provvisorietà stilistica. L’imitazione di un rapporto eterosessuale aggressivo da parte di una danzatrice fa crollare l’harem di gommapiuma. Riusate in una disposizione a cerchio, le sedute originano un cambio di scena e di visione del mondo. L’orientalismo dozzinale, che prima alludeva a uno “sguardo maschile” esotizzante, lascia il posto a una creazione di potenziamento ed emancipazione “neofemminista”. Le sopravvivenze della Chiesa sconsacrata dell’Ospedale Civile, il Cristo crocifisso, l’altar maggiore, integrano con una nota di spettralità la pesantezza atmosferica.

2. Elena Antoniou, Ode

Eretta su una pedana al centro dello stesso spazio, la cipriota Elena Antoniou è stretta in una tuta aderentissima. Madida di sudore nella calura opprimente, l’espressione immutabile, riduce la sua performance a un unico “gesto”, quasi invariabil, caricando di un’allusività didascalica la sua postura ipersessualizzata. Percuote il suolo con una scarpa dal grande tacco, in una giustapposizione un po’ irrisolta di funzioni con Anna Papathanasiou, l’interprete-chitarrista che le sta a fianco. Il pubblico la riprende con i cellulari destinandola così all’eternità dell’archiviazione social. Differenziandosi appena dall’immobilità, Ode celebra la natura narcisistica dell’atto di esibirsi e dell’essere spettatori. È un narcisismo ambiguo: Elena Antoniou fa il verso alle stripteaser ma non si spoglia. Non sveste il suo costume da donna-fauna e persegue invece una sua lentissima evoluzione a una postura a braccia parte, a una pressione delle mani intorno ai genitali, sui glutei. Crolla sulle ginocchia, carponi, ma si rialza e conquista finalmente un muto dialogo con la compagna.

3. Dovydas Strimaitis, Hairy 2.0

Anche il lituano Dovydas Strimaitis è fasciato in una tuta. La sua è di lattice nero lucido, sostituendo a quello da bambolona iperbolica di Elena Antoniou un effetto feticistico vintage. Hairy 2.0 è la sperimentazione di una danza eseguita con i capelli, cioè con una parte del corpo non manovrabile a fini espressivi. Il breve spettacolo dimostra in un certo senso, se ciò ha qualche importanza, l’inapplicabilità di questa ipotesi. Nella reiterata rotazione e flessione del bacino su se stesso, piegato in avanti nell’occultamento del volto, la lunga chioma rossa di Strimaitis oscilla strisciando sul pavimento. Siamo di fronte a un breve rituale esperienziale, di natura pseudo-religiosa, supportato da reiterati suoni elettronici, non troppo dissimile da quelli che nelle culture indigene venivano compiuti per raggiungere uno stato di trance. Il carattere ripetitivo, disadorno, l’asciuttezza stilistica sono enunciati a un grado ancora più estremo ed elementarizzato che nel lavoro di Elena Antoniou. Le statue dell’androne al piano terra di Palazzo Bonaguro, evidenziate dall’esatto disegno luci, danno vita a un curioso sapore rétro, da film in bianco e nero.

4. Fotini Stamatelopoulou, Near Misses

Anche in Near Misses della greca Fotini Stamatelopoulou incontriamo il motivo del cosiddetto empowerment, della sorellanza, ma si esprime con una struttura che sa farne emergere con più vitalità la trama di intenzioni. Quel che importa non è la riapparizione della parola in un breve testo poetico: un grido, un appello accorato al servizio della scena. L’ispirata Despina Sanida Crezia la pronuncia come un antico cavaliere protetto da un’arcaica corazza, con una cintura di amuleti scaccia-demòni. Le stazioni della sua esperienza di fragilità e rinascita si esprimono attraverso un congegno formale in cui gli oggetti metallici, la musica e le luci sono congruenti alla traiettoria tracciata. Dalla paura al coraggio, dalla morte alla vita, dal male alla “salvezza”: credibile tragitto di natura esperienziale, cerimoniale. Anche l’interazione variata e persuasiva con l’identità religiosa dello spazio – la Chiesa di San Giovanni Battista in Piazza Libertà – propone allo spettatore un patto che non oblitera le tracce del piacere della fruizione.

5. Zoo e Platform K, Where is everybody?

Del tutto distinto dai precedenti per origine e soluzioni tecniche, Where is Everybody? dello svizzero Thomas Hauert esemplifica in qualche misura il passaggio contrario a quello che abbiamo ipotizzato per l’insieme di queste cinque proposte: dalla deprivazione linguistica al suo contrario, a un espressivismo di tono emotivo, fino alla possibilità di soccombere alla piena della commozione. La produzione unisce due compagnie belghe, Zoo e Platform K, la seconda delle quali lavora con interpreti disabili. L’interesse nasce soprattutto dalla capacità della scrittura di Hauert, del suo modo di concepire l’improvvisazione e il lavoro collettivo, di ottenere una autenticità di linguaggio nuova dalla collaborazione delle due compagnie. I sei danzatori non soccombono sotto la pressione stilistica di musiche notissime, adottate come movente drammaturgico. Che ciò non accada con una danza che sembra nascere da se stessa, da impulsi casuali e disordinati, è la prova e il frutto di un esatto “calcolo” del rapporto tra gesto e spazio, tra corpo e linguaggio.

Crediti fotografici: Giancarlo Ceccon

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