Ci sono preconcetti, ammettiamolo, che vanno superati. E se da appassionati del grande vecchio cinema d’essai preferite di gran lunga il bianco/nero di Dreyer o la pastosa fotografia di Fassbinder (o Truffaut,
Manchevski, Eastwood) agli effetti di “Avatar” o al fantasy banale oggi in voga, non rinunciate all’omaggio in 3D che Wim Wenders ha dedicato a quel genio meraviglioso che fu Philippina Bausch.
Nato da un progetto avviato prima della morte della coreografa tedesca, nel 2009, il film “Pina” si è trasformato da affresco sull’esperienza straordinaria del Tanztheater Wuppertal in omaggio commovente alla sua fondatrice. E da questo esito non deriva alcun difetto nel film, che arpeggia con dolcezza poetica nei volti e nei gesti dei performer che hanno lavorato con la Bausch, soffermando l’obiettivo su alcuni dei passaggio più intensi delle sue creazioni.
Così dalla poltrona si viene trascinati a guardare negli occhi gli interpreti de Le Sacre du printemps, ascoltandone il respiro e attraversandone il movimento corale sulla scena coperta di terra. E se chi ne ha amato l’arte e il genio coreografico può emozionarsi nel vedere da pochi passi quei frammenti di movimento delle sue braccia e del suo busto in Café Müller, ogni sguardo non può resistere alla forza dell’acqua che inonda la scena in Arien o di movimenti minimi o potenti squadrati a pochi centimetri e vivisezionati dalla macchina da presa in Kontakthof o nell’Iphigenie.
Perché va detto che “Pina” non rinuncia ad ascoltare la voce dei performer, come in un docu-film, ma Wenders va oltre il montaggio di immagini di scena, da backstage e frammenti di intervista. Il regista costruisce infatti un percorso di suggestioni che desitua i gesti coreografici: dal palcoscenico alla strada, da una cava a un lago. L’immagine diviene onirica e ammaliante, con la leggerezza di quel velo incantato che gli attori del Tanztheater sfiorano e che entra in sala per noi che pensiamo, sulla poltrona di un cinema, quale formidabile genio abbia attraversato il Novecento con il nome di Pina Bausch.

Giambattista Marchetto

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