Modena/Vicenza – È difficile, estremamente difficile non cadere nella tentazione delle prime impressioni nell’osservare da spettatore critico quella che è stata annunciata come un’opera straordinaria e una sfida formidabile. Perché la rilettura teatrale delle tre cantiche della Commedia di Dante Alighieri da parte del maestro Eimuntas Nekrosius è un’opera con cui tocca confrontarsi in maniera ponderata e razionale.
Qualche perplessità era emersa già alla presentazione delle cantiche meno eteree, viste a Modena con il Festival VIE. Sotto il titolo Divina Commedia, il regista lituano presentava un allestimento dell’Inferno e del Purgatorio (produzione Regione Puglia) che lasciava interdetti per l’approccio a dir poco ludico all’Alighieri. Giochi di scena scanzonati, improbabili ménage a trois del Poeta con Paolo e Francesca usciti dai B-movie con Banfi e la Fenech, calembour ed espedienti semicomici rendevano bizzarro il dialogo con l’intensità delle simbologie originali. Eppure in quella versione della Commedia (lunga, ma non troppo per Nekrosius) forse eccessivamente sbilanciata verso una interpretazione comica, lo spettacolo risultava intenso e poetico grazie alla bravura degli attori e alla qualità immaginifica del regista e del suo gruppo di lavoro. L’Inferno era un affresco a tinte forti, viscerale e umano, pure esagerato a tratti, mentre il Purgatorio era denso di pensiero anche se un po’ disordinato, e per entrambe le cantiche le soluzioni scenografiche erano capaci di stupire. Dunque lo spettacolo, pur se un po’ scentrato, poteva contare su un respiro teatrale ampio (forse al di sotto delle attese per Nekrosius, ma ben sopra molti lavori “di ricerca” che passano sui palcoscenici italiani).
Se in quella prima lezione a confronto con Dante il regista ha comunque compiuto un passo importante per una personalissima lettura della Commedia, lascia stupiti e delusi la visione del Paradiso – allestimento con cui il maestro ha aperto il 65° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico a Vicenza, di cui ha assunto la direzione artistica. Non reputando “piccioletta” la barca intellettuale e tecnica di Nekrosius, era legittimo attendersi che non solo non rimanesse smarrito, ma anzi trovasse nell’eterea vertigine del testo un tessuto semantico perfetto per andare oltre la parola, inventando una visione materica capace di incarnare l’astrazione. Ci si poteva, in sostanza, aspettare che Nekrosius facesse Nekrosius.
Purtroppo, invece, la delusione è cocente. Lungi dall’essere didascalico, lo spettacolo sembra asfittico e non decolla. È etereo nella sintesi temporale (meno di due ore), ma di fatto risulta inconsistente. Più che cogliere il tenore rarefatto che respira nelle pagine del libro, si disperde in movimenti infantili e pleonastici.
Dove è finito quel senso di necessità che era disseminato nei gesti e nelle visioni all’interno delle opere di Nekrosius anche dopo la quinta o la sesta ora di resistenza in platea? E gli interrogativi possono scavare in più direzioni: perché scegliere di tradurre in lituano brani sparsi (non ordinati) del Paradiso quando il debutto mondiale è in Italia? Se la parola perde di referenzialità sulla scena, se non ci sono episodi da drammatizzare (come nell’Inferno), perché non rispettare la musicalità del linguaggio poetico originale? Se è pur vero che la bellissima Wish you were here dei Pink Floyd può essere un innesco stimolante se messa a reazione con alcuni passaggi teologicamente impegnativi della cantica, quando l’innesco rimane episodico e non approfondito cui prodest? Dove può condurre un lavoro rapsodico fatto di accelerazioni e brusche frenate, sprazzi di stelle e banali intermezzi? Perché si esce con l’impressione che c’era da tagliare più in un Paradiso da un’ora e mezza abbondante che in un Faust da 7 ore?
Nekrosius rimane Nekrosius, comunque. E alcuni momenti di incantamento, per nostra fortuna, compaiono sulla scena dell’Olimpico (sempre difficile da gestire). Sono piccoli frammenti, sono boccate d’ossigeno che sanno di freschezza e di intensità. Sono istanti di Paradiso in un teatro che è rimasto zavorrato a terra.

Gb.M.

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Un pensiero riguardo “Una delusione l’incontro di Nekrosius con Dante

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