macbeth-derosaPadova – Non basta l’appeal da mattatore di Giuseppe Battiston, in versione trash con impermeabile e zazzera dall’apparenza untuosa, a dare un corpo solido e un senso compiuto al Macbeth diretto da Andrea De Rosa, ora in tournée in Italia.
Lo spettacolo reinterpreta l’opera di Shakespeare con forzature tematiche e intersezioni simboliche che per paradosso, pur trascinando il plot in un tempo contemporaneo astratto e pur giocando la trasposizione su un registro pulp, finiscono per dare solo un appassito richiamo della potenza tragica di Macbeth. Si ha quasi l’impressione che il regista, nell’intento di costruire un lavoro con forte tratto identitario, lo abbia gravato di pesantezze artificiose, in un rutilante ma parossistico tentativo di dire altro.
Accolto allora il registro pulp, possono divertire o suggestionare (o generare reazioni di repulsione, che non è necessariamente un male) le scelte più curiose del regista: le streghe che profetizzano l’ascesa e la caduta del tiranno trasformate in bambolotti, visioni oniriche di feti partoriti e violati, profusione di sangue sulle mani, sui vestiti, nello spazio che sovrasta la scena popolato da feti/bambolotti. E ancora fiumi di alcol e passaggi horror, festicciole vintage, dialoghi cruenti e giochi feroci.
Giochi e giochi, appunto, eppure l’impianto del lavoro genera una forma di distacco che non riesce a concretizzarsi in un approccio ironico. La recitazione distratta finisce per banalizzare ogni cupezza: la Lady Macbeth di Frédérique Loliée sembra capitata per caso in una tragedia che non comprende e anche lo stesso Battiston, orientato verso un approccio stralunato al personaggio, spesso ne perde la dimensione eversiva, mentre il migliore in scena è il compassato Stefano Scandaletti nei panni di un Malcolm disadattato.
Potremmo pensare che De Rosa, nell’adattare il recitato alla versione pulp di Macbeth, abbia voluto allontanarsi dalla dimensione profondamente tragica (così complessa da rendere in ogni allestimento dell’opera) e abbia scelto di restituire il senso di banalità ordinaria del male. Se così fosse, viene da chiedersi perché non abbia spinto fino in fondo sull’acceleratore, trasformando il testo shakespeariano in un fumettone demenziale ma provocatorio, anziché fermarsi a una versione sanguinolenta e poco paradossale, che si prende troppo sul serio per imporre quella riflessione sull’attrazione intima e inconfessabile dell’umano per la violenza e per il delitto che il regista si propone con questo lavoro.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Verdi, Padova

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Un pensiero riguardo “La semantica ipertrofica fa appassire un Macbeth pulp

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