serata a colonoMirano VE – Se il teatro di Pasolini è stato rappresentato perché di Pasolini si trattava, ma la difficoltà della messinscena ha rarefatto le prove d’attore sui suoi testi – vividi e crudi e densi da leggere, ma davvero ostici da teatralizzare – La serata a Colono di Elsa Morante non aveva suscitato il medesimo ardore. E dunque l’unico testo teatrale della scrittrice romana è rimasto sulla carta per 45 anni, finché Carlo Cecchi e Mario Martone hanno deciso di provare l’allestimento.
Quello che si può dire a priori è che la reinvenzione dell’Edipo a Colono di Sofocle scritta dalla Morante merita davvero di essere portata a impastarsi con i corpi sulla scena e con il suono delle parole. Perché pur se fortemente connotata da forme di ricerca linguistica poco teatrali e molto epocali – in linea con le tendenze di quegli anni verso una parola appoggiata sul significato, che travalica il significante drammaturgico – la pièce lascia spazio a un intervento di regia stimolante. Uno spazio che Martone coglie con abile ironia, dirigendo La serata a Colono con mano leggera e con un tratto netto, prendendo per le corna con maestria la presenza del coro dei matti (rimando alla tragedia antica) e facendone un punto di forza straordinario, scegliendo di popolare la sala di amabili psicotici un po’ sornioni, ciascuno con un tic o una fissazione esibiti a pochi centimetri dal pubblico. Interessante anche la ricostruzione dell’ambiente ospedaliero in cui l’autrice ripensa il monologo tragico dell’Edipo, con gli infermieri indolenti e il medico deus ex machina e la suora/infermiera pop che forse strizzano l’occhio a un immaginario onirico felliniano.
Meritano un discorso a parte i due protagonisti. L’Antigone analfabeta e popolana di Antonia Truppo, che accompagna all’ospedale il padre infermo e lo assiste instancabile quando viene abbandonato in corsia, è intensa e commovente. È un pezzo di verità bellissima, scolpita nella carne sgrammaticata e dolce di questa figlia-sorella che consola il padre-fratello e con lui un’umanità derelitta e colpita dal destino cinico e baro.
Tutt’altro effetto arriva invece dall’Edipo di Carlo Cecchi, che trasforma il difficile monologo architrave dell’opera in una noiosa tirata senza identità, carica di una monotonia artificiosa che nella pagina scritta si fa letteratura, ma sulla scena disperde la densità della parola di Elsa Morante. Stupisce questo approccio spersonalizzato al testo da parte di un maestro del teatro italiano, anche se forse la sua storica amicizia con l’autrice potrebbe averlo spinto ad un rispetto – francamente eccessivo – della rigidità espressa in quelle parole drammatiche e poetiche, allusive, a tratti carnali, brutali, arcaiche e profondamente moderne.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Comunale di Mirano VE

 

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Un pensiero riguardo “La poesia teatrale di Elsa Morante “annoiata” da Cecchi

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