CHIARA PAVAN I Il mondo sull’orlo dell’abisso, e il teatro come spazio “alter-native” che tenta di guardarlo, nella speranza di ritrovare quell’autenticità, anche imperfetta, che si nasconde nelle crepe più invisibili dell’umanità. Il 54. Festival Internazionale del teatro della Biennale diretto da Willem Dafoe e intitolato “AlterNative”, che dal 7 al 21 giugno ha invitato in laguna oltre 200 artisti per 55 appuntamenti, con 11 tra produzioni e coproduzioni, 10 prime assolute, 2 europee e 4 italiane, guarda al nostro presente con attenzione, scovando le nuove rotte del vivere in un pianeta in fibrillazione, tra conflitti e cambiamenti globali.
Nasce da questo sguardo la decisione di accogliere due appuntamenti che vogliono riflettere poeticamente sulle derive di oggi, con due artisti che arrivano per la prima volta in Italia con le loro opere: il regista e attore greco Christos Stergioglou, col compositore Alexandros Drakos Ktistakis, nel concerto-spettacolo “Cries”, e dal Ruanda lo scrittore, attore, danzatore, regista Dorcy Rugamba con Rwanda – Letter to the Absent.
LE GRIDA DEI RIFUGIATI DI STERGIOGLU
“Cries”, il concerto-spettacolo in scena nel suggestivo Teatro Verde dell’Isola di San Giorgio a Venezia, dà voce alla sofferenza umana, a tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli ispirandosi alla poesia e al teatro antico e moderno. Un percorso che spazia dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, premio Nobel per la letteratura nel 1963, e al lamento di Ecuba delle “Troiane” di Euripide, unendo anche Brecht, Anagnostakis, Vrettakos, Warsan Shire. Sono testi e parole, raccolti da Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras, che tentano di portare la poesia antica e moderna, così come la musica, verso nuovi territori, ancora inesplorati.

Christos Stergioglou, celebre e pluripremiato artista greco, regista e attore di teatro ma anche di cinema (è protagonista in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e The eternal return of Antonis Paraskevas di Elina Psykou), arriva così per la prima volta in Italia, accompagnato dal compositore Alexandros Drakos Ktistakis e dal suo ensemble, l’Alex Drakos Qartet, insieme al baritono Georgios Iatrou. “Cries” diventa così il canto di un memoria collettiva fatta di dolore e sofferenza, per restituire una costellazione di esperienze legate all’oppressione, all’esilio, ai movimenti dei popoli attraversano i secoli, e che si intreccia, in un flusso continuo, alle musiche originali ideate da Ktistakis. Un evento che invita il pubblico “a vivere e a sintonizzarsi con un battito che attraversa i secoli – afferma Stergioglou – un battito profondamente umano, dove il rituale incontra la sperimentazione, dove la storia non viene rievocata ma riattivata e dove le forme antiche non trovano una conclusione, ma si liberano”.
IL MEMORIALE SUL GENOCIDIO TUTSI DI RUGAMBA
Dopo il debutto al Théâtre des Bouffes du Nord e al Festival d’Automne, una tournée negli Stati Uniti e in Australia, Dorcy Rugamba porta per la prima volta in Italia, e proprio a Venezia, “Hewa Rwanda – Letter to the Absent” dedicato alla sua famiglia, uccisa in casa il primo giorno del genocidio ruandese contro i tutsi nel 1994. Un toccante memoriale consegnato ai propri figli che andrà in scena alla Biennale. Tratto dall’opera omonima scritta da Rugamba nel 2024 e tradotto in tutto il mondo, “Hewa Rwanda – Letter to the Absent” vede in scena lo stesso Rugamba accompagnato da tutti i colori della musica del polistrumentista senegalese Majnun.

Uno spettacolo intenso che mescola teatro, memoria e musica dal vivo che, tra poesia, emozione e riflessione civile, diventa un potente inno alla vita e alla memoria. “Come si può comprendere la piena dimensione di un evento che ha portato via più di un milione di vite – scrive lo scrittore, attore, danzatore e regista – dove la morte di mio fratello diventa quasi aneddotica, solo un caso tra un milione, una frazione il cui valore matematico è quasi zero?‘”. Hewa Rwanda- Letter to the Absent si fa così una intensa meditazione sulla famiglia, la cultura e la spiritualità, un atto lirico di commemorazione e una controforza agli ‘impulsi di morte’ che segnano la nostra epoca. E pur affrontando il genocidio, le questioni del lutto per una famiglia che è stata quasi annientata, “volevo principalmente che non fosse un testo commemorativo – chiude Rugamba – ma un inno alla vita, quindi il tono del testo abbraccia deliberatamente leggerezza, umorismo, poesia, musica e la vita in tutti i suoi aspetti”.
