CHIARA PAVAN – I ricordi, per lui, sono “la forza motrice” che sostiene il suo “bisogno di creare e condividere ciò che ho vissuto ovviamente a modo mio”. Dopo tutto, “siamo tutti plasmati dal luogo da cui proveniamo. Abbiamo tutti una casa in cui siamo cresciuti con immagini, odori e sapori”: il suo “Romance familiare” parte da qui, dalle memorie d’infanzia in Albania, da visioni poetiche ed evocative sospese tra sogno e realtà, da riti e tradizioni ancestrali legati al ricordi. È Mario Banushi, nuovo enfant prodige della scena teatrale, il destinatario del Leone d’Argento del 54. Festival Internazionale del Teatro della Biennale diretto da Willem Dafoe, che dal 7 al 21 giugno porterà a Venezia oltre 200 artisti per 55 appuntamenti.

IL LEONE D’ARGENTO

Banushi, che riceverà il Leone d’Argento nella cerimonia del 12 giugno (ore 12) a Ca’ Giustinian insieme ad Emma Dante, Leone d’oro alla carriera, arriva a Venezia con la trilogia che l’ha reso famoso, “Romance familiare”, articolata in “Ragada”, “Goodbye Lindita” e “Taverna Miresia”, una trilogia che invita il pubblico a riflettere sulla complessità della vita, della morte e delle relazioni.
Portando la mia geografia personale sul palcoscenico mantengo in qualche modo vivi i miei ricordi e le mie radici. E questo non è insignificante – ha detto in una recente intervista – Ho scelto di portare tutto questo sul palcoscenico, non in modo documentaristico, ma trasformandolo in visioni e atmosfere“.

Classe 1998, albanese di nascita ma greco di adozione, Banushi, dopo aver studiato recitazione alla Scuola di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene, ha rapidamente conquistato un posto di rilievo nel teatro contemporaneo europeo grazie a un linguaggio visivo potentissimo che trascende la tradizione oratoria, trasformando la scena in un palcoscenico di emozioni, dove i corpi raccontano storie senza parole, ed esplorando temi profondamente personali ma al tempo stesso universali. Le sue opere non raccontano solo storie personali, ma diventano archetipi universali di esperienza umana.

IL PROGETTO

La trilogia presentata alla Biennale di Venezia – in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain – si apre con “Ragada” (dal 7 al 14 giugno), che in greco significa smagliatura, indicando una cicatrice che si può attenuare col tempo, ma non scompare mai. Presentato per la prima volta in un appartamento ateniese durante il lockdown sotto forma di frammenti, e ora ricreato appositamente per la Biennale, “Ragada” – spettacolo di esordio di Banushi – racconta della madre, donna immigrata in Grecia dall’Albania, assieme al marito e ai figli. Portando la mia geografia personale sul palcoscenico mantengo in qualche modo vivi i miei ricordi e le mie radici. E questo non è insignificante”.

Goodbye, Lindita” apre una finestra su una casa in lutto e mostra una delle possibili risposte d’addio a qualcuno che si ama, in questo caso una figura materna, la seconda moglie del padre. Attingendo alla memoria dei riti funebri balcanici della sua infanzia, Banushi indaga silenziosamente un’esperienza umana ineluttabile, in un viaggio interiore che cerca risposte all’eterna domanda che tutti ci riguarda: come dire addio a chi amiamo di più? Ricordi e visioni emozionali attraversano la casa, muovendo gli oggetti come fossero vento. Banushi costruisce sul palco una casa vera, fatta di arredi in movimento, pronti anche a trasformarsi in altro. “Ogni volta che penso al mio prossimo lavoro, parto sempre dal set – spiega – Per me è il punto di partenza della mia immaginazione. Ho un profondo affetto per gli spazi, le stanze e le loro trasformazioni. Anche nella mia vita quotidiana mi piace spostare mobili. Un mobile posizionato in modo diverso racconta una storia diversa, proprio come una persona in un luogo diverso porta con se una storia diversa. Mi piace vedere gli oggetti nei miei set come organismo viventi, non hanno solo una funzione estetica, ma anche drammaturgica”.
Taverna Miresia”, capitolo conclusivo della trilogia, parte da un’insegna al neon di un ristorante in un sobborgo di Tirana, proiettando Banushi dentro la sua storia familiare. L’insegna diventa simbolo dei ricordi d’infanzia del regista e del legame con il padre recentemente scomparso, anima del locale e custode di un mondo fatto di silenzi, gesti e affetti e gentilezza (miriesia in albanese). Attraverso frammenti del passato, immagini evocative e una forte dimensione emotiva, “Taverna Miresia” diventa un atto d’amore, col un profondo addio al padre, custode dei segreti della taverna, e un delicato abbraccio all’età adulta, tra gli enigmi esistenziali che accompagnano lo scorrere degli anni.

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