CHIARA PAVAN – Non ci sarà Hollywood, con i suoi film spesso destinati agli Oscar e con cui Venezia si faceva bella negli anni passati. E tra le 20 opere in lizza per il Leone d’oro, tra cui ben 5 italiane, ce n’è solo una diretta da una donna, la danese di origini egiziane May el-Toukhy, con un titolo quasi profetico, “Woman unknown”. Ma la 83. Mostra del cinema, dal 2 al 12 settembre, si presenta ugualmente corposa, attenta “ai maggiori problemi dell’attualità, con la capacità di trasformare questi temi in un’opportunità di riflessione e di spettacolo”, parola del direttore artistico Alberto Barbera.
Una Mostra, assicura, che non abdica al suo compito, mettere in primo piano il cinema come miglior strumento di conoscenza della realtà, con tutte le sue ferite, speranze e contraddizioni. “Basta scorrere l’elenco, non manca nulla dei conflitti e delle crisi con cui dobbiamo fare i conti oggi” ribadisce il direttore della kermesse, che ha invitato gli attori Greta Scarano e Nicola Maupas a guidare la cerimonia di apertura e chiusura. Quindi si parlerà di guerre, dittature, cambiamenti climatici, giovani e famiglie alle prese con le incognite del futuro. “Il cinema è sempre stato una spugna che assorbe problemi della contemporaneità. Venezia è una finestra aperta, senza pregiudizi di sorta, con cineasti da ogni parte del mondo”, pronta a garantire equilibrio tra il rigore del cinema d’autore internazionale e il glamour delle grandi produzioni.
Con un programma da cui “esce rafforzata l’idea del cinema come straordinario strumento di conoscenza del reale” nonostante le polemiche legate al taglio di due milioni da parte della Commissione europea alla Biennale, una decisione che lascia “sconcertato” Barbera, per quanto il direttore assicuri, insieme al presidente dell’istituzione veneziana Pietrangelo Buttafuoco, che “non ci saranno ricadute sulle nostre attività“.
LA CARICA DEGLI ITALIANI, DA MORETTI A BECHIS, MARTONE E AMELIO
Anche a Venezia, come anche a Cannes, l’assenza dei blockbuster hollywoodiani si fa sentire: “Non erano pronti o non erano disponibili“, assicura Barbera che cita “Digger”, il nuovo atteso film di Alejandro Gonzalez Inarritu con Tom Cruise “che non avrà anteprime nei festival“; oppure “The Social Reckoning” di Aaron Sorkin, seguito di “The Social Network “di cui stanno rigirando alcune scene” e il nuovo lavoro di David Fincher “The Adventures of Cliff Booth” con Brad Pitt, seguito di “C’era una volta a Hollywood” di Tarantino “che non è pronto, perché David ha avuto un problema personale“. Questo è “un momento di difficoltà per i grandi studios hollywoodiani, di trasformazione, di merging, ricerca di nuove identità, difficoltà di imporre titoli sul mercato originale. Questo è il risultato“.
Il risultato, però, dà respiro al cinema italiano che, snobbato a Cannes e a Berlino, in laguna entra di forza con ben 5 titoli in gara per il Leone d’oro: “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, che riappare alla Mostra, 37anni dopo “Palombella rossa”, con un altro film ispirato a un romanzo di Eskhol Nevo; Marco Bechis si misura ancora con la dittatura militare in Argentina in “Ritorno a Buenos Aires”con Adriano Giannini; Edoardo De Angelis affronta il libro di Antonio Franchini in “Il fuoco che ti porti dentro” e Andrea Pallaoro dà vita all’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, “The Echo Chamber”, con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon; e infine Paolo Strippoli, che debutta in concorso con “L’estranea” dopo l’inquietante “La valle dei sorrisi” accolto dell’anno scorso fuori competizione. La rappresentanza italiana è numerosa anche nelle altre sezioni con ben 11 titoli.
Maestri come Gianni Amelio e Mario Martone hanno accettato di partecipare fuori concorso, il primo con “Nessun dolore” , protagonisti Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, e il secondo in “Scherzetto” tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone e interpretato da Toni Servillo; sempre fuori concorso “Be Brave” di Francesco Carrozzini, documentario dedicato a Renzo Rosso, fondatore di Diesel. Alberto Barbera lo ha presentato come “il primo documentario italiano interamente lavorato attraverso l’intelligenza artificiale, impiegata come strumento di sperimentazione artistica sotto il pieno controllo creativo del regista”.
Quattro i film inclusi in “Orizzonti”, che si aprirà con “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzisulla fotoreporter di guerra Gerda Taro, grande amore di Robert Capa, tratto dal romanzo di Helena Janeczek; altro film ispirato a un libro è “La città dei vivi” di Edoardo Gabriellini, sul brutale caso Varani, il 23enne ucciso a Roma dopo ore di sevizie in un anonimo appartamento di periferia, narrato dallo scrittore Nicola Lagioia; quindi ”I figli della scimmia” di Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio nei panni di padre devoto di un figlio disabile e “Una storia”, esordio alla regia dell’attrice Anna Foglietta. In “Venezia Spotlight” arriva “Serpenti”, il nuovo lungometraggio diretto da Roberto De Paolis Maino: scritto insieme ai fratelli D’Innocenzo, racconta il paradossale percorso di un uomo che, dopo aver ucciso la moglie, non riesce a farsi arrestare.
Nella nuova sezione del festival, “Film on Films”, dedicata ai documentari che raccontano il cinema, i suoi protagonisti e la sua memoria, arrivano Luca Guadagnino col suo “Joie de vivre”, di sette ore, dedicato a Bernardo Bertolucci e Walter Fasano con il suo omaggio a Nino Rota, “Nino”.
Da non dimenticare, infine, “Peccato”, l’unica serie annunciata nel programma di Venezia 83, un mockumentary diretto da Valerio Vestoso e interpretato da Emanuela Fanelli, prossimamente su HBO Max. Scritta dalla stessa Fanelli insieme a Giulio Somazzi e Vestoso, la serie immagina in chiave surreale la parabola umana e professionale dell’attrice, mescolando materiali d’archivio autentici, ricostruzioni fittizie, interviste e frammenti televisivi.
DIVI, MAESTRI E STAR: OASIS, CLOONEY, CROWE, WENDERS E SCHRADER
Nonostante manchino i kolossal hollywoodiani, a Venezia sono tante le star che sfileranno sul tappeto rosso del Lido, a partire dai Leoni d’oro alla Carriera George Clooney ed Ellen Burstyn, attesa anche nel corto “Flesh Impact” diretto dalla presidente di Giuria Maggie Gyllenhall e per il film “Place to be” di Kornél Mundruczó. Arriveranno divi come Russell Crowe col suo debutto registico “What love builds”, i fratelli Liam e Noel Gallagher nel documentario a loro dedicato, “Oasis. Don’t look back in anger”, quindi Orlando Bloom e le sorelle Kate e Rooney Mara protagonisti di“Bucking Fastard” di Werner Herzog; ci saranno quindi John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi nella commedia nera “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, la coppia Penelope Cruz e Javier Bardem insieme a Paul Dano e Patrick Schwarzenegger (figlio di Arnold) nel thriller psicologico “Bunker” di Florian Zeller, e poi Kiefer Sutherland e Al Pacino (“Father Joe” di Barthélemy Grossmann), Gael Garcia Bernal col suo terzo film da regista, “Hombre al Agua” e Sophie Fiennes, sorella di Ralph e Joseph in “The Pervert’s Guide to Utopias”.
Un bel parterre di nomi che si affianca a una convincente parata di registi internazionali, e non solo nel concorso aperto da “Ink” di Danny Boyle (dedicato a Murdoch) e chiuso da “Dio ride” di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando: ecco arrivare in laguna Hirokazu Kore-eda con “Look Back”, Lee Chang-Dong che, in “Possible Love”, rilegge un capitolo del decalogo di Kieslowski; l’americano Casey Affleck si affida a Nick Nolte e Ben Mendelsohn per la sua meditazione su lutto, vendetta e perdono in “Company”; quindi i francesi Cédric Kahn e Stéphane Brizé, rispettivamente alle prese con i disturbi psichici degli adolescenti (“A Place to Heal”) e con le difficoltà del lavoro (“Un bon petit soldat”); e poi il talentuoso Lav Diaz con un nuovo lavoro sulla colonizzazione spagnola nelle Filippine, il maestro Paul Schrader col nuovo progetto “The basics of Philosophy” con Jack Huston docente in crisi personale e intellettuale.
Torna a Venezia anche Amos Gitai con il documetario “Road to Jerico” che affronta la complessa realtà geopolitica e umanitaria della Cisgiordania, partendo dalla storica strada che collega Gerusalemme a Gerico; il premio Oscar Barbara Koepple segue invce le battaglie quotidiane dei fattorini che lavorano tramite le app di food-delivery per ottenere salari dignitosi e tutele minime in “Union Town”, Wim Wenders analizza la figura dell’architetto Peter Zumthor, mentre il giapponese Takashi Mike debutta nel documentario esplorando il cuore del teatro classico giapponese e concentrandosi sulla cerimonia di successione del nome (lo Shūmei), una delle tradizioni più solenni e importanti del teatro Kabuki.
LE DONNE E L’ATTUALITÀ DI UN MONDO IN CRISI
Evidente però anche il passo indietro sulla presenza delle registe in gara. L’anno scorso erano sei quest’anno invece, una sola, e proprio nell’edizione in cui a guidare le giurie — Concorso, Orizzonti e Opera prima — sono tre cineaste: Maggie Gyllenhaal, Valerie Donzelli e Carolina Cavalli. “È il minimo storico di questi ultimi anni” ha commentato il direttore della Mostra, sottolineando che “quest’anno la percentuale di film realizzati da donne sottoposti alla selezione di lungometraggi di finzione era minore del solito (intorno al 24%, l’anno scorso era quasi il 30%)”. Una diminuzione che lui definisce “inquietante“. Tuttavia, “alla Mostra tutti i maggiori problemi del contemporaneo si trovino riflessi o echeggiati in film che non si accontentano di essere semplice cronaca“.
Un racconto che, fra le varie sezioni, passa da Gaza con, fra gli altri, “Conversation With the Sea” di Muayad Alayane “Citizen Osama” di Ahmed Hassouna. Sergei Loznitsache in Imperium riscopre un’inedita Unione Sovietica attraverso gli archivi cinematografici italiani. Il Leone d’oro 2022 Laura Poitras, nel corto “They’re Here”, ritorna alle proteste di Minneapolis contro l’Ice e all’uccisione di Renee Good. Elon Musk viene passato al setaccio dal documentario di quasi quattro ore del premio Oscar Alex Gibney, “Musk”; Robert Pattinson è protagonista in “Primetime”, primo film di fiction del documentarista Lance Oppenheim, storia vera di un giornalista televisivo che con il suo programma puntava a sventare negli Usa le reti dei pedofili. In “No Paradise If You Are Killed by a Woman” di Halkawat Mustafa si racconta, ispirandosi a fatti reali, la vicenda di una cecchina curda che torna a Mosul per salvare la sorella dall’Isis.
L’iraniano Ali Asgari, l’anno scorso in Orizzonti con “Divine Comedy”, debutta in concorso con il nuovo “A bit of light” in cui mette in scena le storture e le pressioni psicologiche esercitate dal regime iraniano sui propri cittadini attraverso la storia di un medico che subisce la chiusura forzata del proprio ambulatorio e matura la drammatica decisione di togliersi la vita. E il giapponese Shinya Tsukamoto, padre fondatore del cinema cyberpunk nipponico si misura con un dramma pacifista che racconta gli orrori della guerra.






merci!! sto facendo un altro pezzo sulla sezione Immersive che è molto interessante, spero di finirlo presto baci
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