CHIARA PAVAN – È la sezione più sorprendente della Mostra di Venezia, quella che spiazza, sposta, anche in senso fisico, e porta altrove con l’immaginazione. Basta infilarsi i visori di ultima generazione, gli “smart glass” che fondono elementi digitali animati con lo spazio reale circostante, e partire per nuovi viaggi. Nel tempo, nello spazio, nel reale. Ovunque. L’edizione 2026 di Venice Immersive, che ora celebra il suo 10. anniversario, promette scintille. E tantissime “visioni” e narrazioni da vivere nell’isola del Lazzaretto, a due passi dal Palazzo del Cinema di Venezia.
Anche perché sono molti i lavori selezionati dai consulenti Liz Rosenthal e Michel Reilhac: ben 30 i progetti in Concorso, tra cui 22 prime mondiali e 8 prime internazionali, 35 fuori concorso (9 in nel segmento Best of Experience e 26 in quello Best of Worlds), e 3 sviluppati nel corso di Biennale College Cinema-Immersive. In tutto 68 progetti da 26 paesi che saranno giudicati da una giuria internazionale presieduta dall’artista Paul Raphaël, affiancato dalla regista e artista visiva iraniana Négar Motevalymeidanshah e dalla collega e sceneggiatrice belga Kate Voet. Un viaggio corposo e intenso attraverso storie che abbracciano la musica, come gli omaggi a Bowie e alla cantautrice Cati Janice, o che scavano nell’attualità riflettendo su guerra, ambiente, tensioni familiari, temi sociali, lotte silenziose per una vita migliore. E poi arte, videogiochi, videoclip. Un percorso articolato cui partecipano anche grandi star, come Margot Robbie, Mark Ruffalo, Daisy Ridley, Omar Sy, Kathleen Turner, Isabelle Huppert, l’attore-regista Andy Serkis, e il compositore A. R. Rahman.

DAL DUCA BIANCO A CAT JANICE

Ecco Bowie: Unseen Unheard, opera audiovisiva immersiva di 25 minuti incentrata sulla vita e sulla carriera di David Bowie che ruota attorno a 800 immagini iconiche, rare o completamente inedite del Duca Bianco scattate dal suo fotografo ufficiale Denis O’Regan nel decimo anniversario della sua morte: ogni singola fotografia prenderà vita, abbinata a un panorama sonoro tridimensionale curato da Nick Ryan che proietta lo spettatore direttamente “dentro” la musica, facendo rivivere al pubblico l’emozione, l’atmosfera e l’energia nascoste dietro a ogni scatto e momento storico della leggendaria rockstar.

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Anche la musicista americana Cat Janice, scomparsa nel febbraio 2024, prende vita in “Being in You” di Michal Stankiewicz: qui sarà lo spettro digitale dell’artista a chiedere di entrare nel mondo dello spettatore, creando così un duetto intimo tra i vivi e chi non c’è più. Una profonda riflessione su ciò che resta di noi e su come la tecnologia possa custodire l’eco dell’esistenza di una persona.

AMBIENTE: SCOPRENDO LUPI ARTICI, OCEANI E GALASSIE

Ampio spazio, a Venice Immersive, ai temi ambientali: a partire da “Disneynature’s wolf: an immersive experience”, del pluripremiato regista Jeff Wilson nome di punta del cinema naturalista mondiale (autore del celebre “Pinguini” e “Polar Bear”): l’opera segue un gruppo di registi e documentaristi specializzati in fauna selvatica che si spingono nell’estremo nord dell’Artico canadese. Per 20 minuti i partecipanti vivranno in prima persona l’esperienza ravvicinata, complessa e faticosa di inseguire e filmare i lupi artici nel loro habitat incontaminato: una profonda meditazione sulle responsabilità etiche dell’umanità quando interagisce, interferisce o si relaziona con gli animali selvaggi e gli ecosistemi più fragili del pianeta.

Altro lavoro dedicato all’ambiente è “Empire at sea” di Peter Flaherty (22 min), con Orlando Jones, Geoff Arend e Beth Grant, un’esperienza progettata per un gruppo di 10 persone simultaneamente tramite visori (come l’Apple Vision Pro) attorno a un tavolo Led dal quale sembrano scaturire gli ologrammi dei personaggi: la storia segue un gruppo di scienziati climatici su una piattaforma petrolifera isolata con l’obiettivo di creare una città galleggiante ecosostenibile. Ma quando una catastrofe spazza vita l’intera terraferma, gli scienziati si ritroveranno a lottare per sopravvivere da soli. 5 anni dopo, una barca si delinea all’orizzonte: va accolta o respinta con la forza? Un dilemma mai come ora attuale.
Dal mare all’Everest per “The first ascent” di Jean Dellac e Benjamin Auriche, dove si potrà rivivere la leggendaria spedizione del 1953 guidata dal colonnello John Hunt che portò alla prima storica scalata del Monte Everest, muovendosi a fianco degli alpinisti e degli Sherpa, condividendo i loro sforzi e le loro paure: un’avventura umana in cui i partecipanti possono muoversi liberamente nello spazio reale mentre esplorano l’ambiente virtuale circostante, amplificando il senso di vertigine e l’immersione nell’ambiente himalayano. La star Margot Robbie è la voce narrante di “Galapagos: the last Eden” del documentarista Anthony Geffen (60 min). grazie alla nuova generazione di occhiali intelligenti (smart glasses / XR glasses) – che rappresentano un passo in avanti rispetto ai tradizionali visori VR – gli utenti possono interagire con l’ambiente circostante e scoprire da vicino la fauna e la flora uniche che hanno ispirato la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin.
Tra gli altri progetti c’è anche “Solwata” (25 min) diretto da Felix Gaedtke e Gayatri Parameswaran, che racconta l’impatto dell’innalzamento del mare sulle Isole Salomone a causa del cambiamento climatico, e narrata da Mark Ruffalo: interagendo con acqua e reperti, il pubblico entra nel vivace mondo del popolo Solwata, seguendo Martha, Francis e Lawrence mentre proteggono le loro case e il loro patrimonio. Un’esperienza viscerale di resilienza culturale che ci porta a riflettere sulle conseguenze tangibili del cambiamento climatico e sull’importanza della comunità nella salvaguardia delle tradizioni. In Out of the Ashes (26 min) di Rory Mitchell e la madrina del giornalismo immersivo Nonny De la Pena si capirà il drammatico impatto umano e ambientale dei devastanti incendi che hanno colpito Los Angeles nel 2025 (in particolare i roghi di Palisades ed Eaton.

Infine, dalla terra alle stelle con “Smithsonians Starstruck: an immersive experience” di Elliot Mizroch, progetto interattivo che non racconta soltanto il cosmo, ma punta a portarvi dentro lo spettatore che si ritroverà a camminarci fisicamente dentro, ammirando i Pilastri della Creazione, le celebri e iconiche nubi interstellari, ascoltando le vibrazioni sonore del Sole, osservando da vicino pianeti extrasolari ricoperti di diamanti e vulcani, assistendo all’esplosione di una supernova e percependo persino la distorsione dello spaziotempo sull’orizzonte di un buco nero. Non si tratta di semplici rendering di fantasia, ma della traduzione visiva 3D di decenni di reali dataset astronomici raccolti dalla Nasa, dall’Esa e dai telescopi Hubble, James Webb e Chandra. Per due anni, un team di circa 50 creativi (tra programmatori, animatori e compositori) ha lavorato fianco a fianco con gli scienziati per garantire la massima accuratezza filologica delle simulazioni spaziali.

ALTRI SGUARDI SUL MONDO

Che può accadere se i personaggi creati da un’artista e dimenticati nel proprio hard disk si mettono in viaggio attraverso il pc per aiutarla a riscoprire chi è e perchè ha iniziato? Ci prova l’attore Andy Serkins, pioniere della performance capture (il famoso Gollum del “Signore degli Anelli” e Cesare nel “Pianeta delle scimmie”) che, con Josh Youssef, riflette sul processo creativo e sull’importanza del proprio passato artistico affidandosi alle voci di star come Daisy Ridley (la Rey di Star Wars) e Kathleen Turner: “Nevatars” (31 minuti), installazione da vivere con gli smart glasses, segue i personaggi che cercano di riemergere, mentre l’artista è costretta a confrontarsi con le sue insicurezze e a rivalutare il valore delle sue opere, rendendo il viaggio un’opportunità di crescita personale e professionale.

Altri progetti includono “Artou” prima opera in realtà virtuale diretta dal rinomato cineasta mauritano Abderrahmane Sissako e con la voce di Omar Sy, che è anche uno dei produttori, storia di tre fratelli che, dopo la morte del padre in Europa, esauriscono il suo ultimo desiderio, essere seppellito nel suo villaggio natale in Mauritania; ecco poi “Outrenoir” (12 min) un omaggio all’artista francese Pierre Soulages, con la voce di Isabelle Huppert; “Anokhya: The Origin” diretto da Anand Kishor con protagonista l’attore e modello indiano Milind Soman: ambientato in un mondo mitico ispirato ai poemi epici indiani, l’opera colloca lo spettatore in prossimità intima di Anokhya, una cortigiana addestrata nelle antiche sessantaquattro arti in cerca di una disciplina mistica, mentre si muove attraverso un paesaggio sensoriale dell’Himalaya per incontrare un saggio.
Tra le star della scena VR a Venezia c’è Celine Daemen, che con “Songs for a Passerby” ha vinto il Grand Prize di Venezia Immersive 2023: in “Nothing to See Here” (8 min) invita i passanti a curiosare attraverso gli spioncini di un diorama interattivo a forma di cubo specchiato per capire cosa sta accadendo dietro le nostre spalle e intuire quanto della realtà possiamo veramente comprendere. Un invito a prestare attenzione sulla bellezza delle piccole cose che spesso trascuriamo, tanto più in un’epoca dominata da verità frammentate, intelligenze artificiali e dinamiche di doomscrolling, per chiederci quanto di ciò che consideriamo reale è in verità solo un’illusione costruita dalla nostra mente. Le registe sudcoreane Jiyun Park e Hyneynjoo Woo, in “Voooooo-Peeeee” studiano invece il corpo che diventa puro dato informatico: dal momento che il corpo è vuoto, il vento inizia a passarci attraverso, e una bizzarra creatura virtuale finisce per insediarsi in questa cavità corporea, iniziando a gonfiarsi e sgonfiarsi ritmicamente al suono onomatopeico di “vu” e “pe” (da cui il titolo Voooooo—Peeeeee—). Lo spettatore non indossa solo il visore VR, ma anche una speciale tuta pneumatica che si gonfia e si sgonfia in modo da garantire una sensazione tattile reale, per far percepire sulla pelle la pressione, il flusso del vento e il ritmo del respiro della creatura. Da segnalare anche Honeyboys di Tibor De Jong (36 min), discesa allegorica nelle viscere della società dei consumi inseguendo i corrieri rossi, delivery boys nudi con i capelli rossi che si muovono attraverso paesaggi surreali. Un progetto che ci chiama tutti in causa, mettendo direttamente a confronto la nostra complicità in un sistema economico di sfruttamento e desiderio da cui si dipende ogni giorno.

IN GUERRA, TRA GAZA E UCRAINA

Tra i progetti che affrontano questioni sociali urgenti ci sono “Raj’in” (Torneremo) del fotografo palestinese Faiz Abu Rmeleh e della regista Keren Manor (24 min), documentario immersivo che cattura la situazione attuale dei palestinesi in Cisgiordania, seguendo tre persone che si trovano in tre diversi stadi di questo sradicamento quotidiano: un’opera concepita non solo come denuncia geopolitica immediata, ma come uno sforzo concreto per preservare la memoria visiva e storica di villaggi, case e comunità umane che stanno scomparendo. In “Of woman born” (20 min), titolo dal celebre saggio femminista di Adrienne Rich, l’indiana Nalini Malani rilegge in chiave moderna la figura mitologica di Oreste che uccise la madre Clitemnestra per vendicare la morte del padre Agamennone: una denucia delle guerre odierne combattute in nome della “legittima” difesa senza alcuna responsabilità per gli individui che perpetrano la violenza. In “Spomyny” (20 min) Sophia Bulgakova presenta un’installazione immersiva intessuta di testimonianze intime, conversazioni e filmati d’archivio che raccontano la vita civile durante l’invasione russa dell’Ucraina; in “36,000 Ways” (3 min) l’artista e ex fotoreporter di guerra Karim Ben Khelifa presenta un’installazione immersiva viscerale costruita con schegge raccolte dal fronte in Ucraina: il titolo fa riferimento alla sconvolgente realtà balistica delle armi a frammentazione, indicando i circa 36.000 frammenti letali in cui un singolo missile si frantuma ed esplode al momento dell’impatto. L’installazione sposta l’esperienza della guerra da una comprensione puramente televisiva a una vera e propria incarnazione fisica, contrapponendo il ritmo biologico della vita umana alla staticità di un agente di morte.

Infine “Ulrica” (20 min) del pianista, scrittore e regista cinese Hongbo Cai (20 min) che trasforma filmati subacquei in una narrazione fluttuante accompagnata da audio spaziale. Proiettato all’interno di sfere d’acqua simili a bottiglie alla deriva, il film segue un sottomarino in tempo di guerra che fugge, inseguito da un impulso a bassa frequenza che lui associa alla temuta nave nemica “Ulrica“. Mentre si nasconde tra grotte e rovine, il mare diventa un archivio liminale, trasformando la fuga di un soldato in un incontro con il dimenticato e l’ignoto.

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