OLINDO RAMPIN – La breve danza di una piccola comunità di adolescenti in Piazza delle Erbe a Rovereto, nel giorno che chiude l’edizione 2026 del festival Oriente Occidente, risveglia nel pubblico fantasmi di giovinezza, un lampo di commozione. Sono dieci minuti di gioia di vivere e di sorridente candore con cui si conclude il laboratorio guidato dal duo di coreografi olandesi Club Guy and Roni. Accanto alla fontana della piazza, gli interpreti godono del loro movimento ordinato secondo una semplice orchestrazione. Intorno continua la vita quotidiana del sabato pomeriggio. Gli interpreti indossano una tuta, solo uno ha un abito che gli dà un aspetto da elegante vagabondo, un altro ha un taglio di capelli inattuale: è un gruppo di ragazze e ragazzi senza tempo. La riuscita della breve esibizione vive anche della scelta dei due coreografi di ritrarsi. Di farsi guide e non “autori”, lasciando all’acerbità di questi corpi la libertà di esprimersi in un linguaggio semplice, la cui sintassi comprende tracce di sottoculture pop e qualche più arguta espressione del gesto.

Serbiamo ancora l’effetto di questo incontro quando la sera va in scena, al Teatro Zandonai, Bach to Sacre, trittico di coreografie di Emanuel Gat. Davanti all’impeccabile prova dei danzatori che lo interpretano avvertiamo, per imprevedibile contrasto, una percezione più acuta della loro giovinezza ormai adulta, della loro compiuta competenza corporea. L’autore ha accostato uno spettacolo completamente nuovo, Bach, con il riallestimento di due lavori precedenti: Silent Ballet del 2008 e Sacre del 2004. Oriente Occidente ha coprodotto il primo, al debutto, e il nuovo allestimento degli altri due. Il rapporto con la musica, con la sua presenza o la sua assenza, è il filo che unisce le tre creazioni, insieme alla varietà del numero di interpreti: due nella prima, sette nella seconda, cinque nella terza. Di qui la diversa concezione e struttura del congegno formale. I due lavori che aprono e chiudono la serata si misurano con due divinità del pantheon musicale colto: Bach e Stravinskij. Al contrario, il secondo lavoro, come indica esplicitamente il titolo, Silent Ballet, si libera completamente del linguaggio musicale come struttura. Non è un caso che esso sia il centro del trittico. Si tratta dunque di una sorta di auto-antologia d’autore che illustra le diverse possibilità tecniche e stilistiche dell’arte coreografica di Gat. Il significato di questa collezione d’autore consiste, ci sembra, nella relazione diversamente graduata con la materia, cioè con la figuratività e con l’astrazione della scrittura coreografica.

BACH. Nel nuovo lavoro domina, per una precisa interpretazione della fonte musicale, l’astrazione, il senso della forma. I bravissimi interpreti, Emma Bogerd e Noah Oost, indossano due eccentrici abiti rossi disegnati da Thomas Bradley, che uniscono un’eleganza settecentesca nel panneggio e una voluta provvisorietà nel bizzarro incrocio di stoffa sul petto. Ne deriva una contraffazione dell’identità dei due danzatori, una loro nuova gemellanza fantastica. I due corpi sono mossi come se fossero visti da uno sguardo fotografico, più che plastico. Immateriale. Questa immaterialità è raggiunta anche grazie al disegno delle luci e a un lavoro sulle trasparenze, sul rapido contrarsi dei corpi. Come negli altri due lavori, le luci sono opera dello stesso Gat: i due linguaggi, coreografico e illuminotecnico, devono raggiungere una assoluta unitarietà nello stile.
SILENT BALLET. L’astrazione raggiunge la sua espressione più decisa, e più felice, nel secondo lavoro, per un doppio effetto: l’assolutizzazione del movimento, per l’assenza della struttura linguistica musicale, e la possibilità di moltiplicare le variazioni e le composizioni formali giovandosi di un maggior numero di interpreti, sette: insieme a Bogert e Oost, gli altrettanto ottimi Théo Brassart, Anaïs Van Caekenberghe, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Giulia Quacqueri. Qui è assente programmaticamente anche il valore espressivo dei costumi, ora più casuali e non coordinati tra loro: mutande, canotte, abitini. I modi in cui si raggiunge l’astrazione formale, nel vario intreccio di assoli, duetti, terzetti, fino al settetto, sono il ritmo, la luce e gli stati d’animo. A emergere con più evidenza è uno stato d’animo geometrico, dove dominano il calcolo, la meccanica, la misura. E’ un’atmosfera che parla all’intelletto, non ai sensi. Come e più che in Bach, l’astrazione sembra generare il movimento come fatto autonomo, ideale, lontano dalle tentazione dei sentimenti, oltre che dei sensi.

SACRE. Nel terzo lavoro, un quintetto, che conferma gli stessi interpreti di Silent ballet, fatta eccezione per i due danzatori di Bach, La sagra della primavera di Stravinskij è il palinsesto di una riscrittura ibridata, in cui lo stato d’animo euclideo dei primi due pezzi si converte, nel movimento e negli abiti, in uno stile più suadente, fatto di assoli e balli di coppia, in cui c’è spazio anche per il gioco ironico di un danzatore solista che resta fuori dalle doppie coppie e balla da solo. E’ uno spazio di condivisione comunitaria, metropolitana, primo novecentesca, che sa di locali da ballo, di metropoli americane anni Venti, di musical. Ma la struttura linguistica fa convivere due direzioni simultanee: assieme alla spirale geometrica, misurata, calcolata, tipica dei due pezzi precedenti si svolge una spirale meno assertiva e più sognante, più dolce, più conciliante. Averlo collocato in conclusione ne assicura e ne garantisce una adesione convinta e cordiale del pubblico: lo confermano gli applausi caldi, lunghi, le molte chiamate in scena al termine dello spettacolo.

BACH
Creazione 2026
Coreografia e luci Emanuel Gat
Interpreti Emma Bogerd, Noah Oost
Musica J.S.Bach – Chaccone, Partita #2 in D minor BWV 1004, Adagio, Sonata #3 in C BWV 1005, violino Itzhak Perlman (1986)
Costumi Thomas Bradley
Direttore tecnico Guillaume Février
Sound designer Frédéric Duru
Produzione Emanuel Gat Dance
Coproduzione Oriente Occidente
SILENT BALLET
Creazione 2008
Riallestimento 2026
Coreografia, luci e costumi Emanuel Gat
Interpreti Théo Brassart, Emma Bogerd, Anaïs Van Caekenberghe, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Noah Oost, Giulia Quacqueri
Produzione Emanuel Gat Dance
Coproduzione originale Montpellier Danse Festival, Festival Roma Europa, Sadler’s Wells, Lincoln Center Festival, Maison des Arts de Créteil, Régie Culturelle Scènes et Cinés Ouest Provence
Coproduzione 2026 Oriente Occidente
SACRE
Creazione 2004
Riallestimento 2026
Coreografia, luci e costumi Emanuel Gat
Interpreti Théo Brassart, Anaïs Van Caekenberghe, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Giulia Quacqueri
Musica Igor Stravinsky, The Rite Of Spring, London Symphony Orchestra diretta da Leonard Bernstein (1972)
Produzione Emanuel Gat Dance
Coproduzione originale The Suzanne Dellal Centre, Festival Uzès Danse, Monaco Dance Forum
Coproduzione 2026 Oriente Occidente
Festival Oriente Occidente, Rovereto (TN) – 12 settembre 2026
Immagine di apertura: una scena di Sacre di Emanuel Gat – ph Monia Pavoni
