Il degrado di “Elektra” secondo Rifici

Posted on 2 ottobre 2011

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«Guardami: sembro malata? Si può dunque marcire e restare vivi come una carogna immonda?». Con questa domanda cruciale, nella “Elektra” di Hugo von Hofmannsthal, la regina omicida Clitemnestra esprime il vuoto di umanità e il degrado fisico che nella messinscena diretta da Carmelo Rifici permea il palazzo degli Atridi. Lo spettacolo – prodotto dallo Stabile del Veneto e presentato in apertura del 64. Ciclo dei classici al Teatro Olimpico di Vicenza – propone infatti un taglio grottesco (quasi horror) della tragedia.
Agamennone è morto, ma la sua tomba è il perno di un dramma del dolore e della pietas: è la pietra dello scandalo su cui veglia la figlia Elettra e che rivendica l’antitesi tragica, che si compirà con il matricidio di Oreste. L’opera di von Hofmannsthal (1903), che nella scansione poetica raccoglie gli stilemi dello Jugendstil e rimanda alle contemporanee ricerche sulla psicanalisi, attribuisce alle protagoniste la violenza di un pensiero che non nasconde la verità, che non rispetta l’etichetta. E proprio per questo l’allestimento di Rifici addossa ai personaggi l’orrore della condanna morale. Clitemnestra e le serve, ma anche la sorella di Elettra Crisotemide e ovviamente Egisto hanno i volti deturpati alla Freddy Krueger. E come il protagonista della serie horror, incarnano un incubo fatto di terrore e miseria morale, di fragilità e dolore.
Sulla scena dell’Olimpico, che il regista utilizza al meglio, la tragedia si compie senza rinunciare alla fisicità: Rifici chiede agli attori di trasformarsi in freaks, con gesti spesso convulsi e sgraziati, proprio per dare il segno esteriore di una grettezza intima. E l’esito ha un impatto concretamente drammatico, triste e disperato a tratti. Perché in questo lavoro emerge come protagonista la patologia del dolore nella storia, ma allo stesso tempo anche l’oblio (che predica la debole e dolce Crisotemide) non viene perdonato.

Giambattista Marchetto

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