Venezia – Con un inconsueto ritardo da esordio, la Biennale Teatro ha alzato il sipario su un programma intenso e costellato di grandi nomi. Il direttore Alex Rigola ha affidato il debutto del 41. Festival Internazionale a Thomas Ostermeier, insignito del Leone d’oro alla carriera nonostante sia “solo” quarantaduenne in quanto «punto di riferimento internazionale per la reinterpretazione dei testi classici e per la messa in scena della nuova drammaturgia contemporanea» – come recita la motivazione.
Il regista tedesco ha messo a soqquadro il Teatro Goldoni con un “Hamlet” che non si limita ad una rilettura della tragedia shakespeariana, ma ne sviscera con lucidità le contraddizioni geniali e ne rilegge (senza soggezione) i passaggi drasticamente moderni.
La scena è ricoperta di una terra scura, nella quale viene sepolto il padre assassinato e sulla quale la vicenda si consuma in un crescendo visionario (nella prima parte dello spettacolo) e sgrammaticato (nella seconda). I gesti e i movimenti degli attori sono spesso filtrati o amplificati o appiattiti da filtri visivi: un sipario di perline, una pioggia sottile, una videocamera a mano, un gioco di luci. E quello che accade è un intenso (e interessante) sovrapporsi di immagini che rimandano, di volta in volta, a scene da funerale kennediano o da conferenza aziendalista, a icone grottesche di bruegeliana memoria o cinefantascientifiche sullo stile di “Metropolis”.
Ostermeier mescola tutto, addensa e raggruma contraddizioni semantiche e vaghe provocazioni, ma l’estetica rimane più interessante dell’etica. Così nella grottesca parade degli avvoltoi alla corte di Danimarca spiccano una Gertrud sinuosa e lasciva come una Salomé in tubino e veli, un Claudius politicante tanto gretto da sembrare italiano, un Polonius ragionieristicamente avido e isterico spin-doctor, un Horatio beota. Tutti banchettano al tavolo sanguinolenti apparecchiato con stoviglie di plastica e lattine di birra. E su tutti svetta un Hamlet incrostato di contraddizioni: molle e provocatore, volgare e inetto, dolente e ironico, incapace di comprendere l’ingenuità infantile di Ophelia.
Tra clown e ballerine, il grottesco trascolora nello splatter e – nella seconda parte – Ostermeier sembra perdere lucidità e misura: la forza dell’opera shakespeariana sostiene lo spettacolo, ma l’accelerazione verso l’epilogo tragico fa perdere il controllo al regista proprio quando il passaggio metateatrale entra nel vivo.
La buona performance degli interpreti – in particolare l’Hamlet di Lars Eidinger – e una poetica visivamente intensa rendono il lavoro interessante.

Giambattista Marchetto

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