Venezia – Una noia mortale, nel vuoto di senso, contenuti, drammaturgia, lucidità, poesia. “Muerte y reencarnación en un cowboy” è l’indifendibile lavoro che Rodrigo García, acclamato “irregolare” della scena internazionale, ha presentato alla Biennale Teatro.
Nel suo proposito di affrontare «il disordine di un mondo fatto di violenza e sopraffazione, mettendo a nudo l’ipocrisia e le contraddizioni dei nuovi rituali del nostro quotidiano», rinuncia a sviluppare qualsiasi spunto di un qualche interesse e banalizza, senza ironia, messaggi di «scardinamento dei valori» senza costrutto.
Mescolando le consuete sguaiate pseudo-provocazioni (tutto un déjà-vu di brutte nudità e insulse cacofonie e strumentalizzazione di animali, dove starebbe l’eccesso, quello vero?) e banali lallazioni sul grottesco, il regista ispano-sudamericano confeziona un pezzo programmaticamente «non bello» e inguaribilmente inutile.

Giambattista Marchetto

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2 pensieri riguardo “Noiose pseudo-provocazioni ispaniche

  1. Sempre più spesso dietro il bisogno di stupire il pubblico si nascone solo una mancanza di idee e di metodo. Come diceva Stella Adler, il teatro ha una tradizione millenaria… bisogna avvicinarvisi con il rispetto che merita, ma molti credono che con la scusa della “sperimentazione” si possa giustificare il vuoto creativo

  2. in realtà ci sono autorevoli voci che leggono un valore nel “lavoro” di Garcia…

    García torna a corredare il suo teatro visionario, animato da brutalità quotidiane mixate a riferimenti di alta scuola visiva, di testi importanti, che lo confermano scrittore di livello, e osservatore pensoso sul mondo. (…) Qui, col titolo Muerte y reencarnación en un cowboy, è il machismo contraddittorio di un’epopea che appartiene all’infanzia di tutti, a farsi protagonista della ricognizione sul mondo. Ma gradualmente, grazie soprattutto alla fisicità collaudata e inesauribile dei suoi più fidati attori, Juan Navarro e Juan Loriente, un’estetica che tutti possono avere attraversato per gioco si fa gioco rivelatore, maledettamente serio. Riemergono, attraverso quell’artificio country, i nostri vizi e difetti quotidiani, comportamenti massivi e conformisti che sempre si illudono di indossare un alone personale e mitico. (Gianfranco Capitta, il Manifesto, 24 ottobre 2010)

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