Ironia amara e rivoluzioni mancate “Pro patria”

Posted on 2 marzo 2012

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Padova – In tempi di crisi le parole diventano più pesanti, quasi gravate dalla necessita di una maggiore serietà. Anche per Ascanio Celestini.
Dopo aver raccontato con la sua affabulazione surreale l’epopea del lavoro, la malattia mentale, gli occupati atipici e la corruzione del “sistema”, l’attore romano dedica la forza acuta dell’ironia immergendosi nelle pieghe della storia italiana con “Pro patria”, visto al Teatro Verdi di Padova.
L’uso vulcanico e provocatorio del paradosso, che rappresenta la cifra “comica” e geniale di Celestini, assume una forza più corrosiva e polemica in questo testo denso e lungo.
Convocando Mazzini, padre tradito della patria, al capezzale di un’Italia che ha nel Dna la logica del compromesso e del sopruso, Celestini rivendica la matrice terroristica dei Pisacane e dei Mameli, dei Dandolo, di Garibaldi e dello stesso Mazzini. Perché “le rivoluzioni non si fanno con i re, ma tagliando la testa ai re” e se papa Pio IX concesse le riforme, richiuse le finestre della storia con la repressione feroce che seguì l’esperienza della Repubblica Romana. E invece in Italia si è fatta l’unità senza la repubblica, tanto che lo slittamento verso un confronto con il contemporaneo è feroce e miserabile.
Ecco lo snodo su cui l’attore-autore romano si trova a confronto con la possibilità di satireggiare sul malcostume del Belpaese, sull’inettitudine dei politicanti, sulle paralisi e ingiustizie del sistema giudiziario-carcerario. E invece sceglie di denunciare il tradimento con tutta la serietà di chi si può permettere di strappare una risata (per fortuna) senza rinunciare al pugno nello stomaco.
Sembrano distanti i toni del suo ultimo, bel lavoro che sbeffeggiata la corruzione endemica di un Paese inventato (così lontano, così vicino) nel quale il popolo digerisce qualsiasi ipocrisia. “Continuiamo, oggi come ieri, ad essere un Paese nel quale i figli rivoluzionari sono abbattuti dai padri che hanno dimenticato di esser stati rivoluzionari”, dichiara Celestini nella sua divisa da carcerato. E la prigione diventa l’unico luogo in cui recuperare dignità, perché “se uno ruba perché ha fame non compie un reato”, è lo Stato che ha fallito abbandonando un cittadino.
Nello spettacolo si segnalano alcuni passaggi crudi e intensi. Come la felice provocazione di pensare a un diritto di usucapione che un detenuto acquisirebbe sulla propria cella, per dichiarare poi la galera come un fallimento dello Stato “che giudica per non essere giudicato”. È divertente il passaggio dalla sindrome di Stoccolma alla “sindrome di Rebibbia” che porterebbe i carcerati ad affezionarsi alla prigione, ma è propedeutica alla lista dei suicidi in carcere finiti sulle pagine dei giornali.
Allora la satira diventa provocazione seria – sembra annunciare Celestini – perché il rivoluzionario delle parole si rivolge all’istituzione dichiarando: “io depongo le armi se tu deponi la legge”. E gli applausi approvano.

Giambattista Marchetto

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