Padova – Solo. Si muove tra strisce di luce fredda che disegnano lo spazio vuoto. Siede, cammina, scalcia, gesticola, ride, insulta. Fabrizio Gifuni è un concentrato di forza e bravura nello spettacolo dedicato a Gadda, su cui ha lavorato con Giuseppe Bertolucci. “L’ingegner Gadda va alla guerra” – visto al Teatro Verdi di Padova – restituisce con fedeltà la veemenza verbale dello scrittore milanese e ne coglie appieno la “mistica dell’imprecazione” che si coagula in un grumo incandescente di pensiero e azione.
È a quel vigore che Gifuni dà corpo e voce con una performance astratta e vitale, letteraria ma sanguigna come le parole del Gadda più alto e corposo. Non c’è un muscolo che non venga stirato, una piega delle labbra inutile, una falange che non venga controllata in funzione della precisione delle parole.
Nella prima parte il lavoro rapsodico di Gifuni-Bertolucci svela l’intimità dei diari dell’ingegnere durante la guerra in trincea, dispiegandone la complessità. Sono parole lente e aspre, certo non facili da trasmettere ad un pubblico seduto in teatro come invece avviene per il pamphlet Eros e Priapo contro Mussolini che è il perno della seconda parte. In quelle frasi nette, brutali, immaginifiche, esilaranti sulla psicopatologia del Ventennio fascista c’è un concentrato inarrivabile di satira modernissima, di vivisezione psicologica, di deflagrante critica sociale e politica. Il Duce ne esce distrutto e monumentale, sintesi di bassezze morali e sociali, ma travolgente in ogni esagerata magnificazione del proprio ego. E soprattutto il salto all’erotomania contemporanea è immediato.
Lo spettacolo, che conferma un Gifuni in ottima condizione, coinvolge lo spettatore in un percorso quasi catartico di riflessione senza alibi sulle illusioni della felicità e sulla cruda insulsaggine bambinesca del potere. E ne scarnifica il gioco con l’ironia.
Applausi meritati.

Giambattista Marchetto

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Un pensiero riguardo “La scarnificazione delle illusioni e del potere

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