Vicenza – Portare in scena un testo che interpreta inquietudini, dubbi, passioni e ideali dell’Ottocento può essere una sfida stimolante, ma è ad un tempo un rischio drammaturgico e registico. Da un lato, infatti, la scrittura è marcatamente caratterizzata dai tempi e d’altra parte un allestimento non può rinunciare a fare i conti con la temperie e con gli eccessi di quel periodo. Forse conscio di questa tensione da dirimere, Cesare Lievi sceglie di “mantenere le distanze” di tempo e di pensiero nel suo “Il principe di Homburg” – visto al Comunale di Vicenza dove ha fatto tappa la tournée – che vorrebbe riprendere l’opera di Heinrich von Kleist in chiave onirica e rarefatta.
Eppure la messinscena non sembra “abbastanza” onirica e rarefatta. Pur padroneggiando il testo (avendone curato anche traduzione e adattamento),
Lievi sceglie infatti di rimanere aderente al plot tratteggiato da von Kleist, “condannando” lo spettacolo ad un omaggio letterario ancorato al passato. Cogliendo infatti gli spunti immaginifici dell’autore, infatti, il testo poteva essere trasfigurato su un registro simbolico e sognante. Tanto più che la scelta di luci e scenografie – curate rispettivamente da Gigi Saccomandi e Josef Frommwieser – potrebbe facilmente indirizzare ad un gioco visionario. Invece il regista si mantiene nel verosimile e la consecutio rimane inalterata.
Lievi firma dunque un lavoro che non osa, teatralmente parlando, ma che vanta una successione di quadri esteticamente molto belli. La performance degli interpreti ha uno spessore limitato e, in alcuni caso, risulta davvero ordinaria.
Rimane salva la riflessione-chiave sul rapporto tra potere, leggi, sentimenti umani e giustizia che von Kleist approfondisce in questo dramma a lieto fine. Non c’è il respiro tragico di eschilea memoria, ma si intravede l’ironia romantica espressa per paradossi: il principe viene condannato dalla corte marziale per una insubordinazione che ha portato alla vittoria, ma poi viene graziato solo quando smette di implorare pietà e riconosce la giustizia nella sentenza. È in questa sottomissione eroica che Homburg si riscatta e qui torna in scena il gioco sognante.

Giambattista Marchetto

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