Padova – Le Sacre du printemps di Stravinskj genera ancora per sua natura, quando applicata ad un progetto coreografico, una reazione poetica ossessiva. Quasi che le molecole dei corpi non potessero resistere alle provocazioni che il coreografo/alchimista attiva nell’amalgamare i gesti nel suono. Nelle azioni corali come nei solo riemerge il pathos barbarico e quel rito pagano domina la scena per la forza dolente con cui la musica si incide nella carne.
Mauro Bigonzetti ammette a priori questa dimensione di “abbandono ancestrale” nel suo approccio a Le Sacre, che ha scelto di allestire assieme a Les Noces in una “Serata Stravinskij” per Aterballetto – ospite a Padova nel festival Prospettiva Danza Teatro. Il coreografo affronta dunque l’opera-pilastro del Novecento con l’intento dichiarato di non imporre un codice precostituito ai danzatori, ma di guidarne gli impulsi generati dalla musica. Su questa strada, per la verità, non sembrano emergere dalla scena idee rivoluzionarie e la scalabilità della figura dell’eletta, che pure suscita interesse, non genera un climax ma solo un effetto moltiplicatorio.
Bigonzetti sceglie poi di enfatizzare la dimensione rituale con la presenza dominante di una pedana/altare su cui viene concentrata l’azione sacrificale. E parallelamente offre ai movimenti del coro un supporto fisico simile a un inginocchiatoio postmoderno, che facilita l’accostamento ad un utilizzo tribale o simbolico degli oggetti e allo stesso tempo vincola i movimenti.
Tutto ciò premesso, pur non derivando da Le Sacre di Bigonzetti un coinvolgimento bruciante (si pensi agli effetti raccontati da lui stesso delle coreografie di Bejart e Pina Bausch), la potenza della musica politonale e la dimensione viscerale del rito traslato sulla scena travolgono e comunque stordiscono lo spettatore.
Certo Le Sacre è meno pulito dei quadri coreografici del successivo Les Noces, che nella loro ripetitività geometrica semplificano l’analisi, ma lo Stravinskij più barbaro se lo può permettere.

Giambattista Marchetto

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