Mostri, saudade e gioia di vivere in danza

Posted on 6 agosto 2012

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Venezia – Nelle stesse serate, con una buona dose di divertita contraddittorietà, il direttore della Biennale Danza Ismael Ivo ha scelto di concentrare un ludico gioco sudamericano dedicato alla gioia della danza e un inquieto, drastico, surreale esperimento dall’Islanda che fa perno sulla drammatica visionarietà di una mostruosità subcosciente.
In prima battuta gli arzilli e vitali danzatori del Balè Teatro Castro Alvez hanno restituito al pubblico sintetici racconti danzati dalla propria intensa e non breve biografia. In un susseguirsi di piccoli quadri di vita “normali”, tra figli surf cibo e psicologia, le glorie del BTCA hanno messo in balìa del pubblico la gioia della propria età matura (molti dei danzatori sono over 50) intervallando la narrazione con piccole composizioni coreografiche che non hanno offerto spunti di rilievo, ma sono in qualche modo lo specchio di un sentire rilassato e agevolato da un sorriso tutto brasileiro.
Tutt’altro tenore – emotivo e tecnico – nel visionario (e a tratti delirante) We saw monsters dell’islandese Erna Ómarsdóttir. Le creature che emergono dalla nebbia hanno il vigore paradossale di ombre orfiche sottratte ad un universo ‘altro’ e contundente. Però le invenzioni della coreografa-urlatrice non sono tutte ispirate. Da un lato alcuni passaggi meritano un plauso per le peculiarità coreografiche e per la caratura tecnica degli interpreti: la performance isterica delle due gemelle bionde che apre li spettacolo, il pas de deux che il biondo primo ballerino danza con la lama della falce di una drastica madama Morte, l’assolo dello stesso performer quando incarna un angelo dorato dalle ali troppo piccole. D’altra parte l’artista si fa prendere la mano e deborda nel triviale (che nell’immaginario nordico è sempre meno ruffiano rispetto al Sud Europa), a tratti nel ridicolo o banale, in alcuni casi sfocia in una ruvida bruttezza. Spiace ascoltare il disappunto rumoroso del pubblico a fine spettacolo, perché sia pur comprensibile non rende giustizia alla parte più intensa e tecnicamente ineccepibile del lavoro della Ómarsdóttir.

GbM