Vicenza – Medea come archetipo di femmina generatrice, ma ad un tempo incantatrice di uomini e seduttrice di anime. Medea che è madre-menade senza pace, tradita, sola, infangata, stupefatta. È soprattutto donna formidabile, la Medea di Emma Dante, drammaticamente nuda nei suoi sentimenti viscerali e portatrice di una carica erotica intimamente barbarica.
La regista siciliana – che su invito di Eimuntas Nekrosius ha presentato all’Olimpico di Vicenza un nuovo studio sulla tragedia euripidea, dopo quello con Iaia Forte come protagonista – attribuisce alla donna straniera una potenza che travolge e stordisce una Corinto bigotta, sorniona, pettegola come un paesino della Sicilia profonda. Una città intristita dalla sterilità, nella quale Medea è doppiamente straniera: perché gravida e perché senza la propria famiglia, che ha abbandonato per amore di Giasone.
Il lavoro ripercorre fedelmente tutti i passaggi della tragedia: dalle smanie isteriche della donna tradita alle leggerezze sfacciate di un Giasone fituso e garruso, dalla stregoneria del peplo che uccide la principessa e Creonte fino all’atto più innaturale e drammatico, il sacrificio del figlio sull’altare della vendetta. La Medea di Emma Dante è marcatamente sacrilega e quasi posseduta: perché nel suo invasamento non sbrana un corpo che rappresenti leggi umane e istituzioni (come avviene a Penteo nelle Baccanti), ma recide una vita appena sorta. Dunque l’esito è altissimo nelle sue contraddizioni, proprio perché a una coppia di eroi tragici non si può chiedere di essere ragionevoli. E quando la tragedia si compie, per paradosso, sembra sciogliersi come in un aborto un grumo di tensioni cresciute a dismisura nei dialoghi.
La regista pensa il dramma in un contesto fortemente siculo. Il coro delle donne di Corinto è composto da uomini corpulenti strappati alla Vucciria, che in dialetto ripercorrono l’antefatto e compiangono Medea per quel curnutu di marito finito nel letto della figlia del re. Ma le medesime “donne” sono naturalmente sconvolte e atterrite dalla violenza omicida. Le lamentazioni del coro sono affidate al canto tradizionale musicato dal vivo dai fratelli Mancuso. E Giasone è un machista supponente e rozzo ridicolizzato nella sua arrogante ed egocentrica visione delle cose e delle persone.
In conclusione, la “Medea” di Emma Dante convince nella riscrittura lucida e rispettosa del testo originale, nella concezione essenziale dello spazio scenico e nell’uso metaforico e denso degli oggetti, nell’interpretazione forte ed efficacemente fisica di Elena Borgogni.

GbM

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