La violenza ctonia di Ibsen

Posted on 14 dicembre 2012

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BORKMAN-Lante-della-Rovere-PopolizioMestre VE – Ha un sapore e un peso specifico metallico, ctonio, intimamente violento l’adattamento (abbreviato) del John Gabriel Borkman di Henrik Ibsen diretto da Piero Maccarinelli, in tournée sui palcoscenici italiani.
A incarnare la potenza dell’ultimo Ibsen, capace di un discorso alto e doloroso sulla solennità della disperazione, troneggia sulla scena un perfetto Massimo Popolizio. Misurato nonostante il ruolo gli possa permettere qualche eccesso, maturo nei tempi e nelle sfumature, l’attore è straordinario nei particolari – il movimento di una mano, la posizione di un ginocchio, una torsione del collo – e coglie appieno la complessità di un personaggio incarna un mondo e il suo tramonto. Lungo la linea di una interpretazione psicanalitica, favorita dalla riscrittura di Claudio Magris, non si scorgono in verità forzature. E Borkman può rimanere sulla scena come rinchiuso in una bara, pacatamente loquace nella sua disperata speranza di ricostruirsi un destino, di tornare a respirare l’aria invece che la polvere di una reclusione volontaria.
BORKMAN-Mandracchia-Popolizio-AvogadroIl protagonista che dà il titolo all’opera di Ibsen è un banchiere caduto in disgrazia e incarcerato per una speculazione finanziaria che, però, egli nega dichiarando fini più alti del denaro. E in effetti il Borkman di Popolizio è in ogni gesto un leone idealista in gabbia, un prigioniero che sprigiona potenza dall’intimo.
Attorno al primo attore, in scena gli altri fanno da comprimari. Nei panni della moglie Lucrezia Lante della Rovere scivola talvolta nel meló, ma non stona, mentre Manuela Mandracchia non riesce a rendere credibile (per eccesso nei toni) la cognata; il figlio (Alex Cendron) più che un ribelle all’atmosfera asfissiante è un insicuro balbuziente, ingenuamente in cerca di riscatto nell’amante matura (Ilaria Genatiempo) che anela ad una vita autentica e porta con sé anche la giovane protetta (Camilla Diana). Il finale è una sintesi fulminante del dramma, con la morte del protagonista ormai disarmato e triste, ma finalmente capace di una consapevolezza profondamente umana.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Toniolo, Mestre-Venezia

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