Milano – Il cliché di Robert Wilson, scevro da qualsiasi accenno di banalità ma coerente con la linea stilistica tracciata, accompagna anche la sua impegnativa rilettura dell’Odissea. Eppure la sua Odyssey vista al Piccolo Teatro Strehler non sembra – con tutti i limiti di una sensibilità soggettiva – un lavoro di grandezza comparabile con la geniale capacità del regista texano di stupire e colpire.
Proviamo a riassumere nei limiti di uno spazio critico ragionevole le ragioni di una distanza da questa impegnativa messinscena. Innanzitutto l’affinità agli stilemi wilsoniani consolidati: è un pregio, perché il formalismo estetico minuzioso e accurato fa di ogni scena, di ogni gesto, di ogni luce un gioiello cesellato, ma in qualche maniera rende meno potente e più prevedibile la specificità dell’impalcatura costruita sulle vicende di Odisseo. Manca dunque, di fondo, una significativa peculiarità nell’approccio all’opera omerica, sulla quale viene appoggiato con maestria un archetipo magnifico.
È vero d’altra parte che la vera e più incisiva peculiarità di questo allestimento è la recitazione. Gli attori, scelti tra gli interpreti della scena greca contemporanea, vengono infatti ingabbiati da Wilson in un reticolo di stereotipi motori che sembra uscire direttamente dal frontone di un tempio o dai pittogrammi dei vasi greci. Una scelta che dà forza ieratica all’impianto scenico, senza rinunciare ad un controllato espressionismo emotivo filtrato dal biancore dei volti incipriati. Meno comprensibili invece alcune scelte macchiettistiche (sui personaggi minori).
La musica, composta ed eseguita dal vivo al pianoforte da Thodoris Ekonomou, accompagna efficacemente ed enfatizza l’evolversi delle vicende umane e olimpiche con un piglio tra l’avanspettacolo e l’accompagnamento dei film muti, ma difficilmente se ne comprende l’ispirazione senza alcun riferimento al contesto ellenico o bellico o mitologico.
Odyssey_polifemoIl limite più rilevante con cui Wilson si trova a confrontarsi sembra però la drammaturgia. Il regista risolve con maestria l’alternanza irrisolta tra narrazione indiretta e fatti in presa diretta (anche se in questo già il testo omerico era di sostegno), ma nulla può per evitare che la trasposizione didascalica della trama nel plot renda meno efficace la suggestione visiva. Nel lavoro di Wolfgang Wiens sul testo del poeta Simon Armitage la necessità mimetica di dire tutto e mostrare tutto trasforma lo spettacolo in una serie di quadri giustapposti, splendidi (anche quando prendono una deriva kitsch) ma non sempre rapsodicamente armonizzati. È vero che l’intento programmatico del regista è di far vedere quello che si vede, di far ascoltare le parole che si ascoltano, senza retropensieri o significati stratificati, ma è altrettanto evidente la differenza tra il pubblico che siede nei teatri europei di oggi e i destinatari di quel racconto di qualche migliaio di anni fa. La semantica non prescinde dall’interlocutore e dal mezzo, pena l’artificio. Forse, se si sceglie di portare in scena l’Odissea nel secondo millennio con tanto dispiegamento di apparati iconografici (paragonabile a un allestimento lirico per imponenza e probabilmente per investimento), non si compie un’operazione filologica, ma si gioca al rialzo sul piano dello stupore sovrastrutturale sapendo che la materia prima su cui si costruisce ha la solidità dell’universale.
Tutto ciò detto, l’opera di Wilson si impone con forza quasi pop e coglie – nel pop raffinato dell’affabulazione visiva – quei nodi profondi del mythos e dell’epos che fanno breccia nel pubblico dell’oggi, che danno un senso alto al lavoro sull’Odissea. E nel tutto esaurito delle repliche al Piccolo non manca una (utile) valenza pedagogica.

Giambattista Marchetto

visto al Piccolo Teatro Strehler, Milano

 

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Un pensiero riguardo “L’Odissea archetipica di Robert Wilson

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