20130810-131609.jpgVenezia – Un giovane uomo stretto nella gabbia dorata di una madre asfissiante. Una coppia di giovani donne che cerca un padre possibile per un figlio desiderato e cercato oltre ogni dubbio e ogni debolezza. Due mondi distinti e distanti, universi paralleli accomunati dall’incapacità di trovare una collocazione nella “normalità”, che si incrociano insensatamente (forse) per un gioco del destino che dà un esito sorprendente, tanto astruso quanto naturale.
È un gioco di incastri tra paradossi, contraddizioni e tenerezza El viento en un violìn, il lavoro dell’argentino Claudio Tolcachir presentato alla Biennale Teatro con la sua compagnia Timbre 4. Distaccandosi dalla linea della drammaturgia argentina più in voga negli ultimi anni in Europa – da Spregelburd a Mayorga, solo per citare i più noti – il giovane autore evita di appiattirsi sulla vacuità delle esistenze piatte e rassegnate e rabbiose e inconcludenti della crisi finanziaria e di valori che ha colpito l’Argentina e che oggi si respira su scala globale. I suoi personaggi sono ancora disadattati nell’anima, sono incapaci di aderire a un modello sociale condiviso e tradizionale. Sono fragili esistenze sull’orlo di un fallimento intimo, viziati da un vale di vivere che sembra consustanziale alla loro natura “bacata”. Eppure non sono ombre rassegnate, non si muovono sulla scena disperdendosi in soliloqui inconcludenti. Il loro animo inquieto e bizzarro li induce piuttosto a una vitalità che ha il sapore autentico e complicato della vita, nella quale le delusioni sono troppo spesso dolorose.
È questo il nucleo cruciale ch fa dell’opera di Tolcachir un piccolo gioiello di ironia drammaturgica, equilibrio nella messinscena e sensibilità poetica. La scrittura è brillante, ma non artefatta. Il plot si snoda tra bizzarrie quasi ordinarie – un amore saffico che riesce a superare le diffidenze della famiglia, una immaturità maschile che gioca con la psicopatologia, una paternità frutto della violenza subita -, ma non accade nulla che non risulti disinvoltamente autentico. Eppure l’autore sudamericano trascende il verosimile non nella successione dei fatti, ma nelle sfumature della vita interiore.
Nel procedere per quadri giustapposti, El viento en un violìn ha quasi la sembianza di un dramma borghese, anche se l’epilogo catastrofedico si rivela infine un passaggio di redenzione e leggerezza. Perché nel momento della dichiarazione programmatica più alta e drammatica, quando la madre-aguzzina-per-amore si accorge di aver perduto il figlio e dunque anche il perno della propria vita e grida l’impossibilità di dare un senso alla vita, per contrasto l’umanità della generazione giovane si fa avanti un insensato quanto intenso quadro di tenerezza. Al di là di ogni necessità di senso, Tolcachir sembra affermare che la vita prevale, con una tenerezza che si fa gesto, che si fa amore, che si dà in una famiglia strana ma commovente, che va oltre ogni vincolo premeditato.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Goldoni di Venezia, nel cartellone del 42. Festival Internazionale del Teatro de La Biennale

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