Il pop di Don Giovanni non affonda nell’ironia

Posted on 20 gennaio 2014

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20140120-151139.jpgVicenza – C’è un mondo fatuo e volubile, come in un fumetto colorato e sinuoso, un mondo ipertrofico nella ricerca di felicità effimere e turbinose al centro della scena del Don Giovanni. Vivere è un abuso, mai un diritto di Filippo Timi. Nella sua riscrittura i personaggi – magnificamente “ingabbiati” negli splendidi, eccessivi costumi di Fabio Zambernardi – raccontano il mito del più grande seduttore di tutti i tempi con un respiro decisamente pop, ricca di ironia (un po’ facile) e di eccessi.
Dopo Amleto, col Don Giovanni Timi continua il percorso di re-interpretazione dei classici con un piglio dissacrante. E ne fa un lavoro divertente e barocco, anche se viziato da una vacuità che scivola nell’inconsistenza dato che il personaggio non mostra mai uno spessore che oltrepassi la superficie accattivante dell’estetica.
Nella scena candida, popolata da oggetti surreali, illuminata dalle luci bellissime e vibrante dei colori rutilanti di costumi smisurati, è presente una dimensione angosciosa che filtra dentro i racconti di amori impossibili, di incesti, nel culto esibito del corpo. Eppure quella morte del corpo e dell’anima, più volte evocata nel desiderio smodato che vorrebbe essere l’antidoto, non sembra mai avere una vera dimensione umana. Così quella forza cinica e spietata con cui il protagonista sembra combattere (più che vivere) la vita diventa il leit motiv di una sarabanda giocosa e forse troppo infantile.
Se è vero che Don Giovanni non è Amleto, le maschere grottesche celano fin troppo bene, dietro battute esilaranti e scurrili, un male di vivere, un senso di inadeguatezza di fronte alla vita, e al proprio destino.
Timi dirige i suoi personaggi come fenomeni da baraccone, chiedendo loro di enfatizzare ogni gesto, di caricaturizzarlo fino all’esagerazione che disumanizza ogni ogni tensione, che diventa un giocattolo pop per adulti. Non convince appieno, perché al di là del bel gioco non si scorge l’ironia che corrode e diverte, ma piuttosto un po’ di noia.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Comunale di Vicenza

 

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