RID2Treplyov (Martynas Nedzinskas), Trigorin (Darius Gumauskas).jpgVenezia – Affrontare Čechov è sempre impresa ardita, in effetti non solo per la complessità ermeneutica dei processi relazionali costruiti dal drammaturgo nella tessitura dei ruoli e delle implicazioni sociali, ma soprattutto perché su quella trama fitta è appoggiato un tessuto denso di parole. Con quella densità fa i conti Oskaras Koršunovas, che per il suo ritorno alla Biennale Teatro ha presentato la sua rilettura di Žuvėdra (Il gabbiano), confermando la scelta di partire dai classici per costruire allestimenti dedicati a un pubblico contemporaneo.
Niente artifici, dunque, ma pura recitazione. Niente costumi, niente scenografie raffinate a rappresentare la villeggiatura nella campagna russa, niente luci ad effetto. La riduzione all’essenziale, per scavare nei personaggi denudandoli degli orpelli con cui nascono, risulta però una violenza psicologica. E per paradosso, privati della prospettiva storica a contorno, questi personaggi trasformati in persone finiscono per essere più lontani nelle emozioni.
Perché le ‘nuove forme’ evocate da Kostia e Nina non reggono l’urto del vero. La finzione spogliata appiccicata sugli attori ne fa dei feticci manieristici, perché la finzione spogliata è doppiamente finta e sembra allontanarsi dall’intensità emotiva dell’originale.
Gli attori dell’OKT confermano una qualità performativa alta e la direzione del regista lituano rivela ancora una volta la capacità di restituire le contraddizioni di un universo russofono dall’anima appassionata e triste. In questo senso Čechov è la perfetta ispirazione per rappresentare malinconie e slanci, il gabbiano che incarna l’anima di Nina sarebbe un simbolo banale trasposto in un altro contesto. Eppure in questo lavoro Koršunovas sembra confidare solo nella forza delle parole, meno interessato ad una propria visualizzazione dei processi in corso sulla scena.
Viene immediato il confronto con il suo Hamlet, visto a Venezia nel 2015. Anche in quell’opera il regista aveva mantenuto la fedeltà al testo, trasfigurandone però la rappresentazione con una sovrastruttura visionaria capace di moltiplicare l’effetto delle parole e di costruire una gabbia di senso nuova rispetto alla tragedia shakespeariana. Questo processo – non necessariamente il medesimo, ma un processo di elaborazione e ‘digestione’ – sembra mancare ne Il gabbiano, un lavoro che dà testimonianza della forza drammaturgica di Čechov e forse troppo poco aggiunge sulla scena.

@gbmarchetto

visto al Teatro alle Tese di Venezia, nel programma della Biennale Teatro 2016

 

 

 

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