L’ironia delle note a margine rivela l’estetica di Puškin

Posted on 26 maggio 2013

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hermanis_oneginModena – Evgenij Onegin è un’opera che non vive di eventi indimenticabili, ma racconta le pieghe di uno spirito che è della Russia ottocentesca, che vive nell’anima slava, che parla all’universale con l’indolenza di una civiltà vicina al tramonto e capace di esprimere nelle parole gli eccessi di una intima malattia del pensiero.
Alvis Hermanis – maestro lettone ormai affezionato all’Italia – costruisce il suo Onegin. Commentaries tralasciando la celebre partitura di Čajkovskij e tornando alla fonte, all’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin. La messinscena non si compie però in un mero adattamento del plot per un nuovo allestimento, ma si articola piuttosto in una drammaturgia-non-drammaturgica che viviseziona la vita di Puškin e l’anima di Onegin, la sensibilità romantica e l’educazione sentimentale delle giovani russe, l’influsso della letteratura sulla vita e delle vite iperboliche dei poeti sulla loro opera. Con il bisturi dell’analisi, impastando note storiografiche e pezzi di plot (rigorosamente recitati in terza persona), versi in rima e visioni di raffinata intensità, parole gesti ironia, Hermanis tratteggia un affresco delicato e impudente di quel mondo puškiniano.
Davvero come nei commentari, il lavoro del regista lettone si compone di note a margine e istantanee capaci di congelare il tempo. I protagonisti – della storia come del romanzo in versi – sembrano giustificare il proprio essere nel mondo solo attraverso una irrefrenabile scompostezza. L’ebbrezza del freddo, dell’ozio, della vodka, del silenzio genera passioni e provocazioni. Puškin si muove scimmiesco tra i suoi personaggi: un Onegin jongleur e l’amata/perduta Tat’jana (alter ego dell’autore), Lenskij delicato e banale e Olga sciocchina.
Le note a margine si fanno anima e racconto, si dipanano anche e nonostante i versi che quasi interrompono il flusso dell’ironia con la potenza della rappresentazione. Ma in ogni momento la forza dell’impianto scenico, la dolcezza di alcune immagini capaci di fotografare l’intimità dei protagonisti e la composta bravura degli interpreti del New Riga Theatre colpiscono l’occhio, la sensibilità, le corde dell’anima che si scoprono vicine all’incanto di una Russia universale e astratta. E cosa non da poco, con il sorriso.

Giambattista Marchetto

visto al Teatro Storchi di Modena, nel programma di VIE festival