IMG_7048Venezia – Qual è la cifra di un’esistenza? Qual è il valore dell’individuo nella sua generazione di relazioni sociali? Qual è il senso di un gioco al massacro fatto di parole, rumori, infelicità, paure, alimenti, elementi, sorrisi? Perché madri e padri vivono un’intera vita dedicata ai propri figli, aspettandosi come ritorno dell’investimento una buona posizione sociale e una analoga ripetizione di ruoli e infrastrutture sociali? L’abbandono della socialità è paradosso o illuminazione? E la solitudine è una patologia?
C’è una densità di parole e di interrogativi aperti nel bellissimo Notre peur de n’être di Fabrice Murgia e Cie Artara, presentato in prima italiana alla Biennale Teatro di Venezia dopo il successo al Festival d’Avignon. Si tratta di un lavoro poco convenzionale rispetto a quello che oggi è diventato il teatro, dato che condensa una visionarietà suggestiva e stilizzata, a tratti provocatoria, con una intensità verbale materica e allusiva, giocosa e cruda, ingenua forse, ma carica di forza rivoluzionaria.
Murgia e Artara non si limitano dunque ad alludere allo spaesamento del contemporaneo con pennellate iconiche, ma hanno il coraggio di imbastire – con la collaborazione drammaturgica di Vincent Hennebicq – un’arringa in streamofconsciousness che finalmente restituisce al teatro una parola densa, simbolica, urticante a tratti, sospesa e non per questo vacua. Gli autori investono infatti lo spettatore con una complessa architettura testuale che muove da storie lineari, quasi drammaturgizzabili – un uomo rinchiuso in se stesso dopo la perdita della moglie, una giovane donna spaesata, un ragazzino mai uscito dal bozzolo – al vortice di pensieri, voci, allusioni, lallazioni che apre una comunicazione potente con un meta-mondo strano. Così strano che i protagonisti si interrogano sul senso delle cose e delle azioni, si scavano dentro per capire cosa valga la pena di essere vissuto, si schiodano dall’imbarazzo di chi si sente diverso o problematico.
Ecco il crogiolo in cui finiscono le emozioni arroventate e rimescolate da Murgia: l’identità della diversità. È in quel lato oscuro della luna che crescono isolamento e instabilità, ingredienti-base per non cercare il contatto con l’esterno, per rifugiarsi nell’intimità di un sé che procede per domande sincopate senza risposte. Domande su domande, così vicine al nucleo del senso da risultare imbarazzanti per chi ha dimenticato l’oggi pensando la vita sulle fondamenta del domani.
Le interrelazioni – emotive, sensoriali, sociali – risultano allora prive di fondamento, una forma di analgesico per far passare ‘a nuttata del presente e sperare in una improbabile epifania di senso dal futuro. Allora la figura degli hikikomori – la parola giapponese che descrive gli stiliti 2.0 disconnessi dal mondo e proiettati nella Rete – appare più che altro un escamotage per dare uno specchio teatrale suggestivo allo spettatore animale sociale, capace di stare in mezzo alle relazioni tattili, verbali, emozionali del mondo eppure costantemente inchiodato alla propria solitudine alienante. E mescolando con rigore parole e immagini, video e oggetti simbolici, Murgia grida quella solitudine – probabilmente ben sapendo che l’ascolto dello scandalo è ben protetto dalla dimensione del teatro e non andrà a turbare i molti che temono la differenza della propria identità.

@gbmarchetto


visto al Teatro alle Tese di Venezia – Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia

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Un pensiero riguardo “Lo scandalo della solitudine che ricerca il presente

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