Sokurov punta sul fascino poetico di Brodskij

Posted on 26 ottobre 2016

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olimpico-sokurov-brodskijVicenza – Una manciata abbondante di comparse, un omaggio più che esplicito a Fellini, un gioco di specchi tra la scena teatrale e l’illusione di celluloide. Et voilà Aleksandr Sokurov presenta la sua rilettura dell’universo poetico Iosif Brodskij come un set cinematografico per il debutto su quel palcoscenico unico che è il palladiano Teatro Olimpico di Vicenza.

Il lavoro ispirato a Marmi e ad altri frammenti poetici nel corpus del Nobel russo – presentato a Vicenza nel programma delle Conversazioni dedicate ai Classici – rivisita radicalmente il testo originale ambientando i dialoghi tra il romano Tullio e il barbaro Publio in una borgata dall’aura neorealista, chiamando in causa pure la Magnani e uno scanzonato Fellini. I due protagonisti di quello straordinario discorso dialettico sul non-senso dell’esistenza non sono più prigionieri (quasi beckettiani) in un universo sospeso, atemporale e asettico, ma assumono le sembianze di topi bifronti affannati e affamati che cercano (o sognano) di emergere dal proprio mondo sotterraneo.

In questo Go.Go.Go, dunque, Tullio e Publio (in scena Max Malatesta e Michelangelo Dalisi) si trasformano in pietra dello scandalo, contraddittori nell’incarnare il proprio doppio, e giocano con le illusioni di un mondo che si incanta nella celluloide. Mescolano bassezze e poesia, e proprio in questo sta l’altezza del loro eloquio. E si confrontano con un popolino variegato e borgataro, ma anche con tecnici e capocomici del cinema e con le primedonne.

immagine-sokurov-ph-giulio-favottoNel costruire il suo omaggio all’Italia, alla sua bellezza verace da dopoguerra sognante, Sokurov chiama in causa l’autore stesso (impersonato da Elia Schilton) che diviene cantore e pedagogo. E soprattutto poeta, per marcare i valori della classicità, ma con piglio onirico, giocoso, surreale. Se in questa trasfigurazione densamente popolata sulla scena emerge senza dubbio lo sguardo cinematografico di Sokurov, l’esito risulta teatralmente un po’ dispersivo. L’impatto “intimo” che suscita l’Olimpico si disperde nell’affollamento di comparse, mentre le videoproiezioni sulle architetture sceniche dello Scamozzi sono suggestive ma rimangono un accenno che di fatto non ha alcuno sviluppo.

In questa trasfigurazione della poetica di Brodskij sembra perciò emergere la voglia di affascinare, forse stupire. L’esito è davvero pregevole, ma non incisivo come forse il regista avrebbe voluto, anche se lo spettacolo può crescere e maturare.

 

visto al Teatro Olimpico di Vicenza, nel programma di Conversazioni – 69. Ciclo di Spettacoli Classici

@gbmarchetto