L’impatto crudo e violento della distopia orwelliana

Posted on 2 novembre 2016

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1984Londra UK – Le domande non hanno risposte, perché il mondo è costruito di verità ordinarie – normalizzate, diremmo – che diventano esistenza chiusa al pensiero. Emozioni e piaceri incarnano una silenziosa ribellione, costruita nell’incerto crinale che separa l’ipotesi di una realtà dalla parafrasi in un presente onnipresente, pervasivo, omogeneizzante. È questo lo scenario inquietante che George Orwell ha disegnato in 1984 con lucida preveggenza – come non riconoscere in questi tempi bui rimandi fin troppo evidenti – e che Robert Icke e Duncan Macmillan con Daniel Raggett hanno saputo trasporre sulla scena nell’omonima performance, tornata in scena a Londra dopo una intensa tournée internazionale.

La tragedia (perché di questo si tratta) ripercorre i paradossi di un “sistema” nel quale il Grande Fratello assume il controllo dei minuti e delle anime, della storia e dei sentimenti. Tutto è dentro il “sistema”, anche la ribellione al sistema è costruita, sorvegliata e debellata dentro il perimetro della gabbia distopica.

satellite-prod-shot-1984In questo lavoro, capace di incarnare in maniera emotivamente e visivamente potente i rimandi mentali di Orwell, la qualità del cast e dell’interpretazione trova sponda in un apparato scenico totalizzante, dalle luci di Natasha Chivers al suono (a tratti lancinante) di Tom Gibbons, fino all’utilizzo massivo della componente video coordinato da Tim Reid. Senza arrivare a una vera multimedialità, la performance aggredisce lo spettatore inerte – impotente quanto gli interpreti in scena – sommando strati di visione che appaiono audaci ma non inattesi, dato che i registi riescono a dare forma visionaria alle inquietanti previsioni orwelliane.

Identità e realtà divengono allora i cardini di una analisi cruda, drammatica, quasi brutale ma allo stesso tempo sfuggente. Sì, perché il nodo si stringe fino ad avvicinare senza banalità la distopia di 1984 alle realistiche visioni di chi legge nel nostro presente il passaggio verso un controllo totale e spersonalizzante.

Anche per questo si possono leggere tra le righe riferimenti all’iconografia cinematografica, mescolati ad arte dai curatori: dall’immaginario di Clockwork Orange di Kubrick a Inception di Nolan, da Le vite degli altri di Henckel von Donnersmarck a Matrix, ma anche Strange Days o Code 46. Tutti mondi distopici costruiti su un debito con Orwell, la cui capacità di analisi nel 1949 colpisce tutt’ora e in qualche modo spaventa.

@gbmarchetto

visto al Playhouse Theatre di Londra, UK

 

 

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